Sunday, April 29, 2007

Chissenefrega,tanto era fascista!
Luca Telese

VENTIDUE ANNI DOPO, RAMELLI FA ANCORA PAURA?

Ecco alcune delle ragioni perchè abbiamo deciso di ristampare un testo "clandestino".



Intanto quella foto. Se si è tramandata una memoria di Sergio Ramelli, e poi se questo nome e la sua storia hanno potuto traversare trent’anni di storia italiana, la nube di oblio degli anni di piombo, rompere le barriere del pregiudizio e delle appartenenze, è soprattutto per quella foto: il ragazzo con i capelli lunghi, con lo sguardo innocente, gli occhi castani e luminosi, la brutale ferocia di un omicidio celebrato a colpi di chiave inglese, con l’aggravante della premeditazione e del delitto su committenza, come se si fosse trattato di un festino di morte e di sangue.

E poi questo libro. La prima edizione di “Ramelli, Una storia che fa ancora paura”, era uscita nel 1987 come un documento clandestino e di comunità, ed era invece destinata a suscitare uno dei più grandi successi di vendita fuori dai circuiti ufficiali che si ricordi in questo paese. Cinque edizioni, 16 mila copie vendute banchetto per banchetto, una lista di presentazioni e un viaggio in giro per l’Italia nel nome di Sergio che possono essere comparati solo alle tappe della tournè di qualche pop star, o a un viaggio elettorale. Invece, non si trattava né della prima e né della seconda ipotesi. Gli autori che firmavano (e firmano) quel libro erano cinque, e perfettamente sconosciuti al grande pubblico, solo uno di loro, Guido Giraudo era un giornlaista prfoessionista, ex vicedirettore del Candido negli anni settanta. Il libro se l’erano stampati praticamente da soli. E per di più, quando era uscito non ne aveva scritto nessuno: non una recensione, non un trafiletto, nemmeno una segnalazione sui giornali seri.

Ma tutte queste cose messe insieme, per quanto interessanti, non basterebbero a giustificare una ristampa, se non ci fosse un elemento in più, e decisivo: l’inchiesta. Ecco, l’inchiesta, in Italia, nel panorama vaniloquente e un po’ gaglioffo della stampa italiana, è un genere estinto o inflazionato.

Se lo ricordo, è perché questi “non professionisti” che nel 1987 si mettono a scavare sul Caso Ramelli in realtà danno una lezione che sarebbe utile a molti. Sono di destra, certo, e sono motivati da un desiderio di battaglia memoriale: ma si tratta di una battaglia civile, prima ancora che politica. E poi sono terribilmente rigorosi. Non si perdono in mille fronzoli, non inseguono la bella pagina, lavorano di olio di gomito e di archivio, setacciano le emeroteche, raccolgono le testimonianze. Sono di parte? Certo: ma hanno un metodo e una cifra scientifica: il loro lavoro è utile a chiunque voglia ripercorrere quel sentiero di storia italiana. Quando 16 anni dopo mi misi in testa di scrivere un libro che raccontasse le storie dei 21 ragazzi di destra radicale non uccisi negli anni di piombo, l’unico su cui esistesse un lavoro di rigorosa ricostruzione documentaria era per l'appunto Ramelli. Ricordo che ad una presentazione del mio libro, un giornalista non certo sospetto di simpatie per la storia missina come Gad Lerner chiese a Girando: “Non è che ne avresti una copia da mandarmi?”. No, le aveva finite. Così è nata l’idea di questa ristampa. Perché la storia di Sergio ebbe il destino di trovarsi al crocevia di molte storie importanti, e continua a costituire una pietra miliare nella cronologia delgi anni di piombo.

Alcuni dei motivi sono già noti a chi ha già letto “Cuori neri”. Il primo: il delitto Ramelli celebrò come non era mai accaduto prima la spersonalizzazione della vittima. Ad uccidere Sergio non erano i suoi avversari politici diretti, ma un gruppo di studenti che apparteneva al servizio d’ordine di Avanguardia Operaia. Il più “sfigato” dei servizi d’ordine dei gurppi extraparlamentari milanesi, va aggiunto, quello che come ricordava lo stesso Lerner in un articolo del 1987 si era guadagnato il nomignolo malefico di “Brigata coniglio”. Ma divenne, come in quasi tutti i casi che avrei raccontato in Cuori neri, un “delitto iniziatico”. Dopo che avevi ucciso la prima volta, la deriva della storia ti faceva fare il salto dall’amministrazione più o meno controllata della violenza di piazza alla lotta armata. Il secondo motivo: il caso Ramelli, era diventato , al pari di tanti altri delitti di quel tempo il romanzo di formazione di una frammento di classe dirigente, sia a destra che a sinistra. Tra gli avvocati del processo che si celebrerà a dodici anni di distanza troviamo su fronti avversi – tanto per fare tre nomi - un futuro deputato di An come Ignazio La Russa, un futuro deputato di Forza Italia come Gaetano Pecorella, e un futuro deputato di Rifondazione come Giuliano Pisapia. Terzo motivo: Ramelli era un anello nella catena del sangue, e diventava il prologo di altri delitti nella catena del sangue: senza questo delitto, probabilmente, Milano si sarebbe potuta risparmiare una settimana di guerriglia urbana, e due morti che sono direttamente o indirettamente collegati al delitto. Claudio Varalli muore durante uno scontro a fuoco che nasce dopo un volantinaggio che si celebrava nel nome di Ramelli (a cui per ironia della sorte prendeva parte Girando ma non Antonio Braggion, l’uomo che freddò il militante di sinistra con la sua 7.65, mentre veniva assaltato nella sua Mini). E sempre lungo il filo del sangue di Sergio muore Giannino Ribecchi, investito da una jeep della polizia nei caroselli che seguono l’assalto di un corteo extraparlamentare alla federazione missina di via Mancini. Siccome il grosso dell’inchiesta l’avevano fatta Girando e i suoi coautori, quando si trattò di affrontare la storia di Sergio, mi ritrovai nella possibilità di inseguire altre piste. La prima, quella del rimorso, mi portò a incontrare il libro di Giorgio Mellitton (che cito ampiamente in Cuori neri) il professore di italiano di Sergio, che distrutto dal senso di colpa per non aver fatto abbastanza, di non aver impedito quel delitto come forse avrebbe potuto, raccontò la sua storia con un libro pieno di malinconico strazio e di particolati agghiaccianti. Su tutto quello della sua collega che commentava il suo delitto con lo stesso senso di pietas che avrebbe potuto rivelare un kapò: “Di fronte a una tazza di caffè, a voce alta perché gli altri sentissero, la professoressa di lettere del triennio F disse: “E che importa, se dunque era un fascista?”. Non era sola: “Un’altra sua collega, del corso E esclamò con sgomento: ‘Sono cose più grandi noi”. E una terza, tanto per chiudere il quadretto tratteggiato da Mellitton, sospirò: “A Roma sono più forti neri, a Milano noi”.

Nella sua raggelante spietatezza, quest’ultimo commento rivelava un’altra verità: sotto la sovrastruttura degli odi ideologici, il delitto Ramelli, e tutti gli altri che negli anni settanta hanno visto cadere i cuori rossi e neri, la vera meglio gioventù di questo paese, erano incrostati con qualcosa che stava dentro le viscere di un paio di generazioni di italiani, un rancore atavico, cieco, e per certi versi persino tribale. Quando pronuncio queste parole, ogni tanto, incontro qualche saettare di sguardi perplessi, magari la cifra di un sorriso. Eppure, con la stessa regolarità di un metronomo, ogni anno il rintocco di qualche fatto di cronaca, dai processi alle rivelazioni, dalle guerriglie urbane al disvelamento di qualche manipolo di vecchi o nuovi brigatisti, ci spiega quanto quell’odio antico sia ancora vivo, persistente, e destinato a covare anche dopo che le fiamme sembrano estinte, come la brace sotto la cenere. A sedici anni da questo libro, sono riuscito a parlare con il magistrato che è tra i protagonisti di queste pagine. Fu un magistrato indubitabilmente come Guido Salvini, infatti, a scoperchiare l’abisso di questo delitto sepolto. E questo è anche l’ultimo punto dirimente del caso Ramelli: è uno dei pochissimi omicidi degli anni di piombo per cui si sono travati dei colpevoli. Dei colpevoli reoconfessi, che come dimostra questo libro, non per questo non vennero difesi al di là di ogni senso logico. Quando inizò a celebrarsi il processo, infatti, qualcuno (in testa a tutti un partito che oggi non c’è più Democrazia Proletaria, e un quotidiano, il Manifesto) provarono a dire che non si trattava di un processo legittimo, ma del tentativo di mettere sul banco degli accusati un’intera generazione. Argomentazione che come scoprirà chi legge questo libro era a dir poco risibile allora, e lo è anche oggi. Uno degli imputati, Marco Costa, raccontò ad una corte allibita che una mattina aveva scambiato per un colpo di Stato, la sfilata dei carri per il 4 novembre. E quando il presidente chiese testualmente:
“Ma a scuola non vi avevano detto che il 4 novembre era la festa nazionale?”.
Si sentì rispondere con altrettanto candore:
“All’epoca leggevamo più i testi di marxismo che i testi scolastici”.

Qui mi piacerebbe provare a spiegare una cosa banale, ma nemmeno troppo. Non per difendere l’utilità dei testi marxisti (cosa che comunque mi sta a cuore), ma per sgombrare il campo da un grande equivoco: in ogni tempo e luogo, le responsabilità sono individuali e non collettive. E così, malgrado le aggravanti e i condizionamenti del tempo, fare giustizia, e celebrare il processo Ramelli, voleva dire prima di ogni altra cosa, che responsabile dell’omicidio Ramelli erano gli uomini del commando - tutti studenti universitari, e non ragazzini - che si erano dati appuntamento per flagellare un ragazzo sotto casa sua. E che dopo meno di vent’anni si presentavano davanti ai giudici immemori, ormai traslocati dentro nuove e rispettabilissime esistenze, e incapaci di spiegare la cosa più semplice, banale e necessaria: Perché. Anche i libri sono come maglie di una catena, che nascono uno sull’altro, e crescono insieme alle idee. Se qualcuno volesse continuare il filo che parte da “Una storia che fa ancora paura” e prosegue con “Cuori neri”, potrebbe aggiungere un tassello in più andando a cercare le parole che oggi i ragazzi delle Hazet 36 vorrebbero e potrebbero dire. Ne io, ne gli autori di questo libro ci siamo riusciti.

Ma se si prende tra le mani questa inchiesta, a prescindere da come la si pensi, si fanno tantissime altre scoperte. La più bella è sempre quella foto, e le altre che compongono questo affresco, questo viaggio intorno ad una vita stroncata. Diceva Oscar Wilde: “Dopo i vent’anni ogni uomo è responsabile della faccia che si ritrova”.

Bene, in questo caso l’idea che uno sguardo rappresenti una rivelazione è così vera, che già a 17 anni Sergio Ramelli era responsabile di molto di più. In quell’ovale e in quei capelli lunghi, quando si conosce la sua storia, si scoprono tante cose: che Sergio andò al macello con la stessa innocenza che dimostrava il suo sorriso. Che era fuori dai cliché come i suoi stessi capelli lunghi ci dicevano. Che la retorica è sempre una brutta bestia: ma che poi a volte è terribilmente vero, come cantava Guccini, che “Gli eroi son tutti giovani e belli”.

4 comments:

Scorretto said...

Era morto un"Fascista",
non valeva la pena
guastarsi l’appetito
o rovinarsi una cena.
Era morto un"Fascista",
andava in fretta sepolto
avevan paura
anche di un morto.
Andava sepolto e dimenticato
Perché così vuole la giustizia del proletariato.
Era morto un"Fascista"
e andava in fretta sepolto,
avevan paura
anche di un morto.

marshall said...

Che storia!!
Ma la foto di Sergio Ramelli, cui si fa spesso riferimento nel post, dov'è?

Anonymous said...

Voglio comprarlo quel libro.

CampaniArrabbiata said...

Fino ad oggi era un testo clandestino, finalmente ora potrà conoscerlo il grande pubblico.