Showing posts with label storia. Show all posts
Showing posts with label storia. Show all posts

Sunday, February 24, 2008

ANNI '70
Di quegli anni ricordo ancora il senso di instabilità. Allora la propaganda si faceva con i volantinaggi (sì certo, quelli stampati col ciclostile...) ed andare a distribuire i volantini davanti alle scuole voleva dire innestare un sistema perfetto di attacco: dopo pochi minuti arrivavano 'loro'...quasi mai studenti, quasi sempre a volto coperto, un piccolo esercito che stava 'sempre pronto' la mattina dentro qualche sede partitica dell'estrema sinistra (non il PCI, allora stava facendosi una verginità 'dirigenziale' e non partecipavano direttamente ai pestaggi organizzati; si limitavano a trarne giovamento parlando di 'strategia della tensione'). Noi andavamo a dare i volantini e dopo pochi minuti avveniva il pestaggio: meticoloso, organizzato, pignolo. Sì, effettivamente erano molto democratici e non risparmiavano nessuno, neanche i ragazzini poco più che adolescenti, neanche le donne (ragazzine anch'esse...). Il rapporto numerico era di dieci ad uno. Una mattina un militante del fronte della Gioventù venne a prendermi a scuola. Lo guardai perplessa: la situazione era calma e non capivo la sua presenza. Mi supplicò di stare tranquilla e mi spiegò in breve che il mio fidanzato ed altri 4 ragazzi erano stati arrestati dalla polizia politica. Non capivo. La mattina erano andati ad accompagnare (in 4) il quinto amico al quale avevano promesso l'interdizione dall'ingresso a scuola. In 5 si trovarono circondati da oltre 100 individui, fra i quali nessun studente della scuola stessa. Si erano difesi dalla trappola. Ed ora si trovavano in Questura. Il magistrato che esaminò il caso era un famoso magistrato cattolico. Di quei democristiani che non avevano esitato a consegnare l'Italia al 'compromesso storico'...Inorgoglito dal 'caso' non esitò ad ordinare l'arresto e la carcerazione cautelare per i 4 appena maggiorenni. L'allora responsabile della Sezione del MSI lo andò a scongiurare di non farlo: nel carcere fiorentino era allora detenuto Pasquale Abatangelo esponente dei NAP e delle Brigate Rosse . Ma il magistrato integerrimo decise di far trarre alle carceri i 4 incensurati diciottenni. Riuscimmo a vederli per un attimo mentre alcuni poliziotti imbufaliti li portavano riluttanti al cellulare. Ci sorrisero e ci dissero di star sereni. Due giorni dopo un commando guidato dallo stesso Pasquale Abatangelo irruppe nella cella dove si erano sistemati i 4 in attesa di giudizio. Brandivano bastoni ricavati da gambe di sedie di legno, con in cima ancora i chiodi. Li massacrarono per diverse decine di minuti, con la connivenza 'obbligata' dei secondini. Il nostro magistrato cattolico pare che pianse durante l'ispezione successiva nella cella: le pareti bianche erano coperte di sangue e nello stesso sangue si navigava sul pavimento. Vennero portati in ospedale tutti con gravi ferite alla testa: avevano colpito per uccidere. Pare che ad interrompere il pestaggio intervennero una serie di detenuti comuni, schifati dall'azione 'politica' che era stata eseguita....
La sera, accanto al mio fidanzato in un letto di Ospedale, con una spalla lussata e la testa fasciata, ascoltai il suo racconto quasi distaccato. Si erano aspettati quel trattamento da subito: i secondini avevano concesso loro di stare nella stessa cella (piccolissima) per potersi proteggere. Alle domande insistenti dei detenuti su cosa ci facessero in galera quattro ragazzi dalla faccia pulita, rei di essersi difesi in 5 contro 100, risposero evasivamente...ma 'radio carcere' funzionò nell'arco delle 48 ore...

------------------------------------------------------------------------
Facendo una ricerca sugli anni di piombo, mi sono ritrovato a leggere, nel blog di Inyqua, questo scritto datato 2006. Devo ammettere che, dopo aver letto con attenzione la sua ricostruzione degli anni '70 , non sono riuscito a comprendere come sia possibile che, chi ha sperimentato l'odio e l'intolleranza sulla propria pelle, abbia finito per fomentare odio e intolleranza. Lei sa cosa significa stare a destra, ha vissuto determinate situazioni e ne ha subite tutte le conseguenze, allora perchè emargina - ritrovandosi a stare con quei debosciati che oltre al blog non vanno - proprio lei che è stata emarginata?

Friday, February 22, 2008

Simme briganti e facimme paure e co a schioppetta vullimme cantà

Monday, November 26, 2007

I Savoia ci devono risarcire.
Chiediamo il risarcimento dei danni ai Savoia, dinastia di ladri, razziatori, zozzoni e assassini. Chiediamolo perchè mancanodi dignità, infangano il nome dell'Italia all'estero, da quando possono mettere il piede sul nostro territorio non fanno altro che casini, per incapacità manifesta, per viltà ereditaria. 1) Chiediamolo perchè, in quanto indebitati fino al midollo, vollero annettersi il Sud per saccheggiarne i tesori. Non esitarono a rubare i nostri beni, a sterminare la popolazione, a corrompere gli alti ufficiali. A Francesco II, ultimo re di Napoli, sovrano onesto e degno, furono confiscati tutti i beni costringendolo ad un esilio - tra stenti e umiliazioni - a Roma e a Parigi. 2) Chiediamolo perchè il piccoletto, persa la guerra, fece arrestare l'ultimo Condottiero d'Italia ordendo anche il tradimento del Gran Consiglio, salvo poi fuggirsene nel momento del bisogno in Puglia. Chiediamolo perchè hanno avuto l'ardire di chiederlo a noi un risarcimento. Chiediamolo come meridionali a cui è stata negata una patria, come italiani più regali di loro, come persone oneste che sanno cos'è la dignità. FIRMIAMO QUI.

Alla fine del secolo/ Un re infame aveva decorato
Un vigliacco Generale/Che aveva sparato
Coi cannoni sulla folla /Che chiedeva solo pane
Altre vittime dimenticate/ Dell’Italia liberale

C’era un uomo che quei morti/ Non li aveva più scordati
Quell’ignobile massacro/ Non poteva restare impunito
E così si era imbarcato/ Per raggiungere l’Europa
Nella tasca una pistola/ Rabbia e odio dentro al cuore

Ma che bella giornata di sole/ Ai giardini della villa reale
Una carrozza col monarca/ Una corte di coglioni
Folla che applaude folla che ride/ All’improvviso un braccio si eleva
Sei colpi dritti al cuore/ Un Savoia al creatore

Spara… Gaetano spara… Umberto spira… Gaetano spara… Spara...Spira...
(La Savoiarda - DDT).

Tuesday, November 20, 2007

C'era un sogno che si chiamava Roma.
Lì dove tutto è cominciato.
Il Lupercale, la grotta dove la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo, è stata individuata sul Colle del Palatino, a Roma. Edificando la sua dimora proprio in quel luogo, Augusto ha voluto annettere alla sua villa quel luogo altamente simbolico della storia romana.

Monday, November 19, 2007

Non dimenticarlo.

Sunday, October 28, 2007

BEATI IN UN GIORNO BEATO
Stamattina, 28 ottobre sono statibeatificati 500 cattolici massacrati dai repubblicani durante la guerra civile di Spagna. In un libro le loro biografie e gli slogan della persecuzione comunista.

«Qui Radio Barcellona: Compagni, linciate i preti»
PIERO MENARINI da Libero dello scorso giugno.

Nei dizionari agiografici già da tempo compare la voce "Martiri della Spagna", che designa le vittime di una delle più feroci e deliberate persecuzioni di cattolici del XX secolo: quella avvenuta in Spagna dal 1931, anno della proclamazione della Seconda Repubblica, al 1939, cioè alla fine della guerra civile spagnola. Le canonizzazioni iniziarono nel 1987, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Dal 29 marzo 1987, quando furono canonizzate tre suore carmelitane ("las tres rosas") trucidate a Madrid all'inizio della guerra civile, ad oggi sono stati beatificati 479 martiri; la cerimonia più imponente fu quella dell'11 marzo 2001 quando salirono agli onori degli altari ben 233 martiri, 11 dei quali sono già santi. Ma la beatificazione simultanea di quasi 500 martiri il 28 ottobre sarà senz'altro la più grande di sempre nella storia della Chiesa. Scontate oltre che obsolete le argomentazioni contrariate della sinistra in Spagna, in particolare quelle degli anarco-socialisti e dei radical-comunisti in Italia. Basta perdere un po' di minuti e scorrere alcuni blog spagnoli per capire che le argomentazioni (indignate) sono sempre le stesse: la Chiesa, che allora sostenne l'idea della Crociata Nazionale per legittimare l'insurrezione militare, continua ad essere belligerante anche oggi, anche a costo di sfruttare i morti, per rispondere con questa beatificazione alla legge sulla Memoria storica approvata dal governo di Zapatero.
Che non siamo di fronte ad una forzatura ideologica ma ad una realtà di cui ancora molti non vogliono assumersi la responsabilità politica, lo dimostra lo splendido libro edito dalla Conferenza Episcopale Spagnola, "Quiénes son y de dónde vienen" (Madrid, Editorial EDICE, 2007, curato da Encarnación González Rodríguez), nel quale si susseguono implacabili le biografie e soprattutto le circostanze della morte di ciascuno dei 498 beati. Altro che esagerazioni! Nella maggior parte dei casi si tratta di religiosi e religiose, vescovi, sacerdoti e semplici credenti uccisi in quanto tali e non per chissà quali colpe o soperchierie commesse. Cosa avrebbe mai potuto fare, ad esempio, Juan Duarte Martín? Il giovane diacono di Yunquera (Malaga) fu martirizzato in questo modo: «La persecuzione religiosa del 1936 lo sorprese mentre era in vacanza a casa dei suoi genitori. Rimase nascosto in una specie di scantinato posto sotto l'ingresso, finché una vicina non lo denunciò. Alcuni miliziani lo prelevarono e lo trascinarono nel carcere di Álora, dove fu torturato con scariche elettriche che passavano attraverso aghi conficcati in tutto il corpo. Volevano che bestemmiasse e rinnegasse la fede, ma non cedette neppure sotto i tormenti. Ogni qualvolta gli proponevano di dire: "Viva il comunismo!" egli gridava: "Viva Cristo Re!". Fu martirizzato nei pressi del rio Bujía, Álora, il 15 novembre 1936. Aveva 24 anni. Lo cosparsero di benzina e gli diedero fuoco. Nei giorni successivi continuarono a sparare al cadavere, che rimase insepolto finché non lo gettarono nel ruscello. Il 3 maggio 1937 i suoi resti furono recuperati e traslati nel cimitero di Yunquera. Era martoriato e aveva le gambe staccate dal corpo». E posso assicurare che quanto descritto era prassi comune: io stesso ho potuto vedere un frammento di pavimento teatro di azioni analoghe. La mattanza di cattolici fu preordinata, apertamente caldeggiata da moltissimi esponenti delle sinistre repubblicane e costituì forse il collante più efficace delle molte identità della coalizione governativa. Appena 2 giorni dopo l'alzamiento, Radio Barcellona lanciava il seguente appello: «Bisogna distruggere la Chiesa e qualsiasi cosa ne rechi traccia. Cosa importa se le chiese sono monumenti artistici? Il buon miliziano non si fermerà davanti ad essi. Bisogna distruggere la Chiesa».
I martiri sono autentici, dunque, altro che invenzioni o pretesti ideologici di una Chiesa alle corde. Le menzogne relative alla guerra di Spagna sono quasi sempre uscite da intellettuali o fanatici presunti libertari, che sin dal 1939 si sono accaparrati l'appalto di poterne parlare. Un esempio è il celebrato film di Rossif, "Morire a Madrid" (1963), che iniziava e terminava con la medesima immagine (decine di corpi distesi nel cortile di una caserma) e le medesime parole (un elenco delle componenti sociali della Spagna che si voleva sconfiggere nel 1936), per significare che la sconfitta della Repubblica e la vittoria di Franco avevano reso vano ogni slancio innovativo e di libertà. Bastano due precisazioni per comprendere se questa sia storiografia seria. Anzitutto, l'immagine iniziale è oggi arcinota, ma si riferisce alla strage del 20 luglio nel Cuartel de la Montaña, Madrid, compiuta dai repubblicani che crivellarono quasi tutti coloro che si erano arresi a loro. Quanto alla panoramica il falso è plateale, perché la voce fuori campo scandisce, con voluta intenzione accusatoria, anche i numeri dei componenti il clero e dei religiosi, che per forza di cose non potevano essere gli stessi al termine della guerra. Pur non esistendo dati irrefutabili al riguardo, oggi sappiamo che i morti stimati dell'intero conflitto ammontano a circa 567.000. Essendo la lista nominativa, ancora incompleta, dei soli vescovi, preti e religiosi uccisi attualmente intorno alle 7800 unità, si può affermare che, comprendendo anche le vittime civili per motivi confessionali, la persecuzione religiosa non dovrebbe essere molto lontana da un 10% del totale. Ciò sembra rilevabile anche dal fatto che sin dalle prime ore dello scoppio della guerra civile (18 luglio) gli obiettivi prediletti e inermi furono proprio i cattolici e il clero. Alcuni esempi riferiti al 19 luglio: «Madrid. Numerosi morti e feriti all'entrata della Chiesa del Rosario dei padri Domenicani di Calle Torrijos tra i fedeli che si erano recati a messa. I miliziani sparavano su tutti coloro che uscivano dal portone o dalle finestre»; «Fuente de Cantos (Badajoz). Capoccia del Fronte Popolare rinchiudono in una chiesa 56 persone (comprese 2 donne e 2 bambini). Alle 3 del pomeriggio i miliziani sigillano le porte lasciando aperte le finestre che danno sul Comune e appiccano fuoco all'edificio sacro con benzina. Dodici persone sono morte bruciate vive, mentre le altre sono riuscite a fuggire da una torretta che le fiamme non avevano raggiunto»; «Madrid, 20 luglio. Incendiate oltre 50 chiese in un solo giorno»; «Madrid. Varie suore della Carità del Sacro Cuore di Gesù (una di 83 anni) sono state trascinate fuori dalla loro casa di Calle Alcalá, spinte fino a Canillejas e lì assassinate». Vale la pena ricordare le parole del grande pensatore liberale e antifranchista Salvador de Madariaga sulla persecuzione religiosa in Spagna: «Nessuno in buona fede e bene informato può negare gli orrori di questa persecuzione. Se il numero dei sacerdoti assassinati sia 16000 o 1600 lo dirà il tempo. Ma un fatto pienamente assodato è che per mesi e anni è stato sufficiente essere sacerdote per meritare la pena di morte da uno dei tanti tribunali più o meno irregolari che come funghi erano spuntati dal popolo, o da rivoluzionari che si auto-erigevano a carnefici estemporanei, o da altre forme di vendetta o esecuzione popolare».

Tuesday, September 18, 2007

Quando Napolitano, ancora senatore, rischiò la vita.
Visione consigliatissima.

Iannone, ospite di una trasmissione televisiva, fa quasi venire un infarto a Napolitano, che non può dare lezioni a nessuno, visto che ha condiviso l'invasione dei carri armati sovietici in Ungheria e l'eccidio in Cambogia di due milioni di persone da parte di Pol Pot.

Quanti di voi, avendone il coraggio, avrebbero voluto dire davanti a Napolitano che i comunisti sono tutti eredi di banditi, torturatori e fanno tutti egualmente schifo?

Wednesday, September 12, 2007

LIBERAZIONI!
Eja eja eja alalà! Il dodici settembre del 1919 risuonava per la prima volta quest'acclamazione; salutava l'entrata in Fiume di D'Annunzio e dei suoi. Iniziava la meravigliosa impresa di Fiume, anteprima della primavera fascista. Nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario, fusisi nelle trincee grazie a De Ambris e Corridoni, trovavano un'espressione ben precisa nella Carta del Carnaro. L'estetica futurista, o meglio futur-ardita, lo spirito di trincea, il nero alchemico e carbonaro degli Arditi, il richiamo alle gesta romane, la miscela esplosiva di autorità e libertà, il rifiuto del conformismo, dei costumi borghesi, il fiorire delle arti a fianco del coraggio guerriero, i gesti propagandistici d'impatto, fecero di Fiume il detonatore di una rivoluzione che avrebbe terrorizzato tutti i tartuffe, i cacadubbi, i professorini della vita, e che, di lì a pochi anni avrebbe coalizzato tutte le forze dell'opacità in una guerra mondiale, unica via d'uscita escogitata per impedire agli uomini di esprimere liberamente se stessi.

Il 12 settembre del 1943, singolarmente nell'anniversario dell'impresa fiumana, i paracadutisti di Skorzeny e Student liberavano Mussolini, imprigionato sul Gran Sasso dal re fellone e lo restituivano al popolo, alla nazione e alla sua responsabilità di capo.

Monday, September 03, 2007

Angloamericani, Fascismo e Meridione

Intervista a Daniele Lembo di Giovanna Canzano

La resistenza agli ‘invasori’ angloamericani nel Sud d’Italia occupato, è una storia di cui non si era ancora sentito parlare né si è mai letto nei libri di storia, tu nel tuo ultimo lavoro ne parli ampiamente.

LEMBO - Una decina di anni fa, leggendo la rivista “Nuovo Fronte” mi imbattei nella recensione di un libro di un allora per me sconosciuto, Francesco Fatica. Il titolo del Libro era “Mezzogiorno e fascismo clandestino 1943/1945″. Dalla recensione si intuiva chiaramente che il volume narrava della attività di resistenza agli angloamericani nei territori del Sud Italia invaso. Credimi, la scoperta fu per me un trauma. Per anni mi avevano raccontato, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, la favola bella degli Americani accolti come Liberatori, in ogni dove, da una folla acclamante e festante. Invece, adesso, questo sconosciuta Fatica narrava una realtà dei fatti completamente differente. Volli conoscere l’autore che da allora divenne per me solamente Ciccio (diminutivo di Francesco) e dopo qualche tempo presi parte a Napoli a convegno di Studi storici organizzato dall’ISSES avente come tema “Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli angloamericani”. Il mio interesse verso l’argomento andava via via crescendo. Mi resi conto che c’era una parte della ricerca storica completamente inesplorata perché negata per anni. Intrapresi così a lavorare per conto mio, a fare ricerche d’archivio ed intervistando i superstiti di quei fatti. Per anni erano stati intervistati i partigiani, adesso io mi ritrovavo ad intervistare altri tipi di partigiani: quelli che si erano opposti agli angloamericani non sempre solo perché animati da sentimenti fascisti ma anche solo perché semplici patrioti. Il libro di Fatica aveva un limite: era stato prodotto da chi quei fati li aveva vissuti in prima persona. Era pertanto un lavoro, anche se eccezionale, comunque di parte. Occorreva che nascesse un’opera che avesse il requisito della asettica ricerca scientifica e che trattasse della resistenza nei territori occupati. Nel 2004 è stato edito dalla Casa Editrice Maro di Copiano (PV) il mio volume “LA RESISTENZA FASCISTA - Fascisti ed agenti speciali dietro le linee - la rete Pignatelli e la resistenza fascista nell’Italia invasa dagli angloamericani ” Come detto, per la redazione del volume, oltre che consultare tutta la bibliografia esistente sull’argomento, mi sono avvalso delle testimonianze e di memoriali di alcuni di quelli che, considerando gli alleati invasori e non liberatori, continuarono a combatterli anche nell’Italia invasa, venendo per questo arrestati e processati. Il punto di forza del libro è costituito proprio da queste testimonianze che, assieme ad alcuni documenti inediti provenienti dal National Archives di Washington, costituiscono un vero e proprio elemento di novità sull’argomento. In particolare, il volume si articola in due parti. La prima di queste tratta delle attività resistenziali fasciste nelle varie regioni del Sud. La seconda parte del libro è dedicata proprio ai servizi segreti e agli agenti speciali della R.S.I., operanti nei territori invasi. In vista dell’invasione delle regioni meridionali, vi furono numerosi progetti militari tesi ad organizzare operazioni di stay behind. Tali progetti, prevedendo l’invasione della Penisola, venero approntati Regio Esercito, dalla Regia Marina e dal P.N.F. che costituì la “Guardia ai Labari.” Dalla Guardia ai Labari ebbe origine la “Rete Pignatelli”, una rete clandestina fascista operante al Sud, che o operò in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania e che vide come propulsori il Principe Valerio Pignatelli di Val Cerchiara e sua moglie La “rete” fu un’organizzazione articolata ed efficiente con continui contatti con il territorio della R.S.I. e Pignatelli ed i suoi svolsero attività informativa, fornendo notizie di carattere militare e generale al Nord, e propagandistica al sud, ma non è detto che non abbiano anche svolto attività di sabotaggio e in casi particolari siano passati a vere e proprie azioni militari. Dal Governo della R.S.I - Repubblica Sociale - a Pignatelli, vennero inviati fondi. Inoltre, furono inviati al sud agenti speciali con il compito di strutturare meglio la Rete e fare da consiglieri militari. La seconda parte del libro “La resistenza fascista” è dedicata proprio ai servizi segreti e agli agenti speciali della R.S.I., operanti nei territori invasi. Per i contatti con la rete Pignatelli furono inviati uomini della Decima Mas, ma non dobbiamo dimenticare che al sud agirono uomini di altri servizi segreti della R.S.I., come quelli del Gruppo David di Tommaso David (e la sua più nota agente, Carla Costa), o dei Servizi speciali delle Forze Armate Repubblicane. Numerosi furono gli agenti speciali che, catturati in missione, furono passati per le armi dagli Alleati. Molte di queste catture furono possibili grazie ad un elenco degli agenti speciali italiani, in possesso dei servizi segreti Alleati. Reputo che “La Resistenza Fascista” sia uno dei miei libri meglio riusciti e mi lusinga riportare quanto scritto, a proposito, dal Prof. Giuseppe Parlato, Rettore dell’Università Pio V, nel suo libro “Fascisti Senza Mussolini. Scrive Parlato: “Recentemente è uscito un volume che raccoglie le informazioni sul fascismo clandestino al sud, corredandole di nuovi dati, Daniele lembo, già noto per aver pubblicato un interessante studio sui servizi segreti della R.S.I., ha cercato, in buona misura riuscendovi, di costruire un panorama completo del fenomeno e la ricerca si segnala per correttezza documentaria e per gli elementi innovativi che offre”. Pur lusingato dalle parole di Giuseppe Parlato debbo dire che, dall’avere un panorama completo del fenomeno siamo ben lontani.
Anni di menzogne e reticenze si frappongono al raggiungimento della verità. Il mio volume si chiude con un inquietante dubbio: “E’ probabile quindi che, nel dopoguerra, ci sia una continuità tra i servizi segreti americani ed alcuni personaggi o interi settori delle disciolte Forze Armate fasciste repubblicane e ciò nell’ambito “dell’attenzione americana all’espansione comunista”. Se proprio vogliamo far galoppare la fantasia, si potrebbe anche pensare che la Rete Pignatelli, individuata e disciolta nel corso del conflitto, sarà poi riammagliata negli anni successivi. Ma questa è solo un’ipotesi per sostenere la quale non ho nulla in mano se non la mia fantasia che è solita correre veloce”.

CANZANO - Le operazioni di Stay Behind organizzate dalla Decima Flottiglia Mas, nel corso della guerra nell’Italia occupata, come sono state inserite nell’intera occupazione della Penisola?

LEMBO - La Decima Flottiglia nacque, in seno alla Regia Marina, per operare alle spalle del nemico. Lo scopo della Flottiglia, originariamente, era quello trasportare propri uomini addestratissimi fino ai porti nemici. Il compito di questi uomini, che erano nuotatori d’assalto o i piloti dei siluri a lenta corsa, (i siluri erano meglio conosciuti come “Maiali”), era quello di sabotare il naviglio nemico alla fonda. Dopo l’8 settembre, Borghese alla Spezia, farà una sorta di trattato di alleanza con i tedeschi. I germanici volevano appropriarsi del Know how, ovvero del corredo di conoscenze tecnico scientifico in possesso della Decima nel campo della lotta subacquea, mentre Borghese voleva continuare a combattere avendo mano libera. Il Principe armerà poche unità navali, qualche silurante, qualche piccolo sommergibile tascabile, continuerà ad addestrare sabotatori subacquei, ma soprattutto armerà una Divisione di fanteria di Marina: la Divisione Decima.

CANZANO - Il Battaglione Nuotatori Paracadutisti, che era un Battaglione di sabotatori, è vero che fu alle dipendenze della Decima Flottiglia Mas Repubblicana di Junio Valerio Borghese.

LEMBO - Tra i reparti armati da Borghese vi fu il battaglione Nuotatori Paracadutisti meglio conosciuto come Battaglione N.P. . Originariamente il Battaglione doveva servire a compiti di sabotaggio, tant’è che a tutti gli appartenenti furono fatti seguire i corsi N.E.S.G.A.P. - Nuotatore Esploratore Sabotatore Guastatore Ardito Paracadutista. In realtà, poi, seguendo un’infausta usanza tutta italiana queste costosissime truppe (addestrare ai corsi NESGAP era molto oneroso) furono impiegate in ordinari compiti di fanteria.

CANZANO - Il Battaglione Vega che fu generato dal Battaglione Nuotatori Paracadutisti, era il ‘Deposito’ del Btg. N.P. ovvero il reparto dal quale il Battaglione principale avrebbe dovuto trarre il personale (i complementi) da inviare al fronte? Se questa era solo un’attività di copertura, cosa era in realtà il Battaglione Vega? Con la scoperta di Gladio, le ‘Operazioni Sorpasso’ negli anni successivi divennero famose con il nome inglese ‘Stay Behind’?
LEMBO - Il Battaglione N.P., in sostanza, ebbe una strutturazione organica dicotomica. In quanto, dal battaglione principale, che come detto voleva essere un battaglione di sabotatori incursori e poi fu impiegato come ordinaria fanteria, si articolò il Battaglione Vega. Il Vega aveva un compito di copertura che era quello di essere il Deposito del Battaglione principale, ovvero doveva di fornire i complementi, le sostituzioni di uomini al reparto di N.P. In realtà, gli uomini del Vega erano specialisti in azioni di guerra non ortodossa, sabotaggi, spionaggio ed “operazioni sorpasso” nei territori italiani invasi.
Cosa era un’Operazione sorpasso? In breve, il Vega lasciava uomini perfettamente equipaggiati nei territori dei quali si prevedeva l’occupazione. Una volta che questi territori fossero caduti nelle mani degli Angloamericani, questi uomini avrebbero eseguito azioni di attacco alle spalle del nemico con rapide puntate del tipo “mordi e fuggi”. Gli uomini del Vega potevano anche attraversare le linee per portarsi nei territori occupati e svolgere missioni informative, di sabotaggio e di appoggio e supporto a gruppi di patrioti ivi esistenti In vista della caduta finale il Vega articolò un ampio piano di stay behind in tutte le province del nord (Milano, Genova, Bologna, Modena, Torino, Venezia e Treviso) destinando in tutte queste città uomini armati ed equipaggiati, che si occultarono nel tessuto sociale aprendo bar, negozi di radiotecnici, ditte di trasporto ecc., nell’attesa che arrivassero gli Alleati per poi poterli attaccare alle spalle. Era in sostanza l’ultima operazione militare del Vega., operazione che, peraltro, non fu mai portata a compimento.
L’argomento è trattato molto bene e in maniera molto nel mio ultimo libro edito da qualche giorno dalla Edizioni MARO, dal titolo “LA GUERRA NEL DOPOGUERRA IN ITALIA LE OPERAZIONI DI STAY BEHIND DELLA DECIMA MAS NELL’ITALIA OCCUPATA, IN GUERRA E NEL DOPOGUERRA.LE VERITÀ, LE MEZZE VERITÀ E LE GRANDI BUFALE” CANZANO - Sull’operato del Battaglione c’è stato chi ha voluto vedere nel Vega l’inizio di Gladio e chi addirittura ha descritto la banda Giuliano come un’emanazione della Decima Mas, asserendo che il 1 giugno 1947, a Portella della Ginestra, a sparare c’erano anche quelli della Decima?

LEMBO - Negli anni seguenti al dopoguerra, sull’operato del Vega sono nati una serie di veri e propri miti. C’è stato chi ha voluto vedere nel Vega l’inizio dell’Organizzazione Gladio. Con la scoperta dell’Organizzazione Gladio, l’operazione sorpasso sarebbe divenuta meglio famosa come “stay behind”. A tal proposito, è bene precisare che non è esistita solo una Gladio Italiana ma ogni paese europeo, in ambito Nato ha ordito una proprio Gladio, sebbene con nomi diversi. Nell’immediato dopoguerra, chi arruolò i Gladiatori, li arruolò, chiaramente, in ambienti anticomunisti.
Vennero arruolati ex militari della R.S.I. ma anche partigiani bianchi e semplici patrioti. E’ normale che chi creava una struttura di Stay Behind, che doveva entrare in azione in caso di invasione russa del territorio nazionale, non poteva certo fare gli arruolamenti traendoli dalle file dei filocomunisti. Probabilmente, tra i gladiatori vi fu arruolato anche qualche ex N.P proveniente dal Vega, ma da qui ad affermare che il Vega si trasformò in Gladio ci vuole un bel coraggio. Da qualche tempo, poi, è ritornata a galla la storia che vorrebbe gli uomini della Decima, oltre che in contatto con la banda Giuliano, addirittura anche presenti a Portella delle Ginestre a sparare sulla folla che festeggiava il 1° maggio . A chi sostiene tali tesi, non posso che rispondere che la storia la si fa con i fatti e con i documenti. Se qualcuno dispone di documentazione che dimostri con chiarezza tale tesi, sia garbato, la tiri fuori e la faccia consultare anche agli altri studiosi. In caso contrario, debbo ricordare che una cosa è la Storia e un’altra è la novellistica.

CANZANO - Salvatore Giuliano, in cerca di legittimazione politica ed ideologica poteva avere interesse a contattare la Decima?

LEMBO - Salvatore Giuliano all’epoca era un latitante e, in una situazione come quella della Sicilia dell’epoca il confine tra la figura del delinquente e quella del patriota poteva essere labile e Giuliano ha sempre tentato di affermare la leggenda che egli fosse un uomo spinto dalle ingiustizie patite a fare quello che aveva fatto. Il bandito ha sempre provato ad acquisire agli occhi del popolo una fisionomia idealistica che giustificasse le sue gesta. Il contatto con le Forze armate fasciste avrebbe potuto fornirgli questo alibi morale, di contro le Forze Armate Repubblicane si sarebbero potute giovare di quell’alleanza per creare una quinta colonna alle spalle degli angloamericani.

CANZANO - Nel tuo ultimo saggio, oltre a trattare della Decima e del Vega, avvalendoti della vasta bibliografia esistente sull’argomento, di testimonianze, memoriali e di documenti d’archivio, smonti una serie di errate interpretazioni nate sull’attività della Decima nei territori occupati e nel dopoguerra, quale è la tua tesi a proposito?

LEMBO - In realtà da qualche tempo, dagli archivi americani del NARA sono sortiti fuori i documenti relativi agli interrogatori degli agenti degli N.P. catturati in Sud Italia dai servizi segreti Angloamericani. Da tali documenti si evince che una squadra del Vega Operò in Sicilia e che gli uomini di questa squadra si interessarono, e forse segnalarono al loro comando, dell’esistenza della banda Giuliano in Sicilia. E’ da chiarire, circa la veridicità di quegli interrogatori, che gli uomini del Vega, una volta catturati dietro le linee nemiche mentivano fino allo spasimo e, anche quando decidevano di ammettere qualche responsabilità, continuavano a mentire. Per loro, dire tutta la verità significava finire diritti alla fucilazione. Dai documenti relativi ai loro interrogatori, anche se i fatti narrati rispondessero al vero, si potrebbe evincere che gli agenti Vega in Sicilia dimostrarono un qualche interesse cognitivo, non dimentichiamoci che quegli uomini avevano anche compiti solo informativi, verso una banda armata che sicuramente poteva dare del filo da torcere agli angloamericani. Nulla però dimostra che ci furono reali contati tra gli uomini del Vega e quelli di Giuliano e, soprattutto, nulla dimostra che, qualora vi fossero stati tali contatti, questi portarono ad accordi tra la Decima e Giuliano Anche in questo caso di qui ad affermare che l’alleanza tra la Decima e Giuliano effettivamente ci fu, ce ne corre. Invece, c’è chi addirittura sostiene, senza prova alcuna certa prova documentale, che Salvatore Giuliano si sia addirittura trasferito al nord per arruolarsi nella Decima ed essere addestrato come agente speciale, dopodiché sarebbe ritornato in Sicilia dove avrebbe operato con la sua banda. La tesi è molta affascinante e buonissima per un film d’avventura, ma gli studi storici, come detto, si basano su fonti documentali, testimonianze e fatti concreti.

CANZANO - Nel tuo precedente lavoro ‘La resistenza Fascista’, ci parli dell’invio a Napoli da parte di Giuliano di suoi emissari per contattare la Rete Pignatelli ed offrire collaborazione e sostegno economico, come avvennero i contatti?

LEMBO - Circa i presunti rapporti tra Giuliano e la Decima c’è un “solido ” fatto che è tale da eliminare ogni dubbio. Che il bandito Giuliano abbia tentato di contattare La resistenza fascista al Sud, e quindi le Forze Armate della R.S.I., non è frutto di una semplice deduzione ma è un solido fatto. Nel mio libro “La resistenza fascista” ho riportato un brano tratto dal memoriale De Pascale, fornitomi dallo stesso De Pascale che fu uno degli elementi di punta della Rete Pignatelli, relativo all’invio a Napoli, da parte di Giuliano di suoi emissari per contattare la rete Pignatelli ed offrire collaborazione e sostegno economico.
Leggo testualmente dal mio libro: “La mancanza di fondi- scriverà il Pignatelli - ci fu presto contraria. Il sacrificio personale di mia moglie e mio non poteva sopperire che in minima parte al sempre crescente fabbisogno, specie per il blocco della nostra industria di legnami requisita dagli inglesi”(Cfr. Valerio Pignatelli, Il Caso Pace, cit., p. 33.) Gli aiuti economici promessi dalla R.S.I. alla principessa Pignatelli non arriveranno mai, o meglio, saranno spediti ma non giungeranno mai a Napoli. In quel periodo il servizio segreto angloamericano intercetterà due uomini ed una donna provenienti dal Nord, mentre stanno attraversando le linee. I tre sono i corrieri dei fondi promessi e recano con loro la somma di cinque milioni di lire. Saranno tutti e tre fucilati. “Ricevemmo segnalazione - scriverà Pignatelli - che ci erano stati spediti cinque milioni tramite una donna e due giovani. Dopo qualche tempo ci giunse notizia di una donna e due ragazzi catturati dagli inglesi, trovati in possesso di grosse somme e di radio trasmittente. Gli inglesi li avevano fucilati in Santa Maria Capua Vetere. Non erano riusciti a sapere a chi la somma e la radio erano destinati. Una segnalazione radio ricevuta da me verso la fine di gennaio 1944 mi dava indicazioni. Gloria alle tre vittime!” (Cfr. Valerio Pignatelli, Il Caso Pace, cit. p. 33.) In merito, è da riportare anche la testimonianza di De Pascale che, quando sarà arrestato di nuovo, si sentirà dire dal maggiore Pecorella che lo interroga: “Aspettavate denaro dai vostri padroni del nord?
Chiedetelo agli inglesi”. La possibilità di ottenere cospicui finanziamenti si presenterà per gli uomini dell’organizzazione fascista da una fonte quanto mai inaspettata. Una proposta in tal senso arriverà addirittura dal bandito siciliano Giuliano che invia a Napoli suoi emissari per contattare la centrale della “Rete Pignatelli”. “Vi fu ancora tra me e Ioele - racconterà l’architetto De Pascale nel suo memoriale - una situazione che influì sui nostri rapporti. Ioele chiedeva insistentemente che io incontrassi degli emissari del bandito siciliano Salvatore Giuliano che si trovavano a Napoli: mi volevano comunicare una certa disponibilità del loro capo ad appoggiare la nostra causa e, anche se occorreva, con aiuto in denaro.
Gli dissi che non intendevo fare certo sgarbo a queste persone, ma non potevamo essere fiancheggiati da un movimento palesemente fuorilegge e separatista. A certi principi morali e ideali non potevamo venire meno. Alcuni giorni dopo Rosario Ioele si presentò al mio studio accompagnato da due persone. (…) Egli mi presentò costoro, che mostravano modi cortesi e civili, Ioele mi disse che i “signori volevano conoscermi personalmente” e volevano avere una risposta su quanto lui aveva precedentemente proposto. Non esitai a dire, col dovuto garbo, che li ringraziavo della loro offerta e solidarietà ma non potevo accettarla per ragioni inerenti ai principi della nostra organizzazione. Costoro, in verità, furono corretti più di quanto io potessi aspettarmi.
Aggiunsero che la persona che loro rappresentavano, in caso di necessità o di nostro ripensamento, si sarebbe mostrato sempre disponibile ad aiutarci. Ioele non gradì la mia presa di posizione, come io non gradii la sua ingerenza nel mio campo d’azione. Sentivo d’aver fatto bene: la mia non era una presa di posizione contro Salvatore Giuliano, ma era il rispetto a un principio morale e organizzativo: gli angloamericani per conquistare la Sicilia si erano serviti del fecci ume della malavita e della camorra, cosa che noi detestammo e commentammo in modo decisamente negativo. Non potevamo usare noi la loro stessa arma, anche se Giuliano all’epoca era considerato solo un fuorilegge e, da un certo ambiente di propaganda giornalistica, era commentato sotto una luce in certo qual modo romantica”. Il tentativo di avvicinamento al fascismo clandestino fatto da Salvatore Giuliano è chiaro.
Egli sa che la “Rete Pignatelli” ha ramificazioni anche in Sicilia e cerca nuove alleanze per il suo movimento che non è solo una semplice attività delinquenziale. Bisogna chiedersi se tale esperimento di contatto con i fascisti, il capo banda siciliano lo faccia per proprio conto oppure per conto del movimento separatista. I due movimenti, quello separatista e quello fascista, sono tra loro ideologicamente incompatibili ed è quindi lecito pensare che Giuliano agisca autonomamente nella ricerca di alleanze o, ancora meglio, di una giustificazione ideologica al suo operato. Si tratta di un evento, questo, particolarmente interessante in quanto apre uno spiraglio di luce sui tanti misteri che circondano la figura di Salvatore Giuliano. Viene da chiedersi se il noto “bandito” prima di schierarsi con separatisti non abbia addirittura pensato di farlo con i fascisti.
Se ciò fosse, il rifiuto di De Pascale rappresenterebbe un erro decisivo. Giuliano è un combattente ed ha con lui uomini decisi alla lotta, ma più di ogni altra cosa, il cosiddetto “bandito” è un uomo che ha carisma e fascino da vendere, elementi questi che in una lotta ideologica contano forse quanto e più di cannoni e mitragliatrici. “Quindi, Giuliano tentò di contattare il clandestinismo fascista al sud, ma se Giuliano aveva il contatto degli uomini della Decima in Sicilia, o meglio se Giuliano era addirittura un uomo della Decima perché doveva mandare i suoi uomini a Napoli a contattare Antonio de Pascale e la rete Pignatelli? Come vedete, i conti non tornano. Infine, circa la tesi che vorrebbe gli uomini della Decima presenti a Portella delle Ginestre a sparare sulla folla adunata per festeggiare il 1° maggio, proprio qualche giorno fa è arrivata una clamorosa smentita.
Ha scritto Antonio Carioti in un suo articolo dal titolo “Portella la X° Mas non c’era” apparso sul Corriere della Sera del 7 Maggio 2007: “Questa versione dei fatti (la tesi che vorrebbe uomini del vega presente a Portela delle Ginestre n.d.a. ) incontra ora una smentita proveniente da un’istituzione non certo sospettabile di indulgenza verso il neofascismo. Si tratta della Fondazione Di Vittorio, che per il sessantesimo anniversario dell’eccidio, compiuto in Sicilia contro contadini inermi e le loro famiglie il 1° maggio 1947, non solo ha riproposto gli interventi sulla vicenda del dirigente comunista Girolamo Li Causi nel volume “Portella della Ginestra. La ricerca della verità“, ma ha raccolto le testimonianze filmate dei superstiti, curate dal regista Odino Artioli. Tra queste si trovano i racconti di due cugini, Vincenti di Noto e Francesco Di Giuseppe, i quali al momento della strage si trovavano sul cozzo del Dxuhait, da dove avrebbero sparato, secondo Casarrubea, (è uno degli studiosi sostiene la tesi che vorrebbe la Decima in contato con Giuliano n.d.a.) sicari neofascisti. Entrambi dichiarano che sul posto c’erano soltanto loro e che di là nessuno aprì il fuoco sulla folla inerme. Ciò ovviamente non smentisce la matrice politica della strage, senza dubbio voluta da ambienti reazionari e mafiosi legati al blocco agrario, ma solleva ulteriori dubbi sulla possibilità di ricondurla a un piano eversivo nazionale di matrice neofascista.
CANZANO - Nel tuo libro a proposito del Golpe Borghese dici: Il golpe Borghese fu un reale tentativo insurrezionale o una gigantesca bufala? Perché? E’ l’ultimo capitolo del mio libro sulla “Guerra nel dopoguerra in Italia”. La storia del Golpe Borghese non mi ha mai convinto. Non penso sia stato un vero tentativo insurrezionale, o meglio se lo è stato lo fu per chi ci credette, ma i veri organizzatori volevano ben altro che fare il Golpe. Anche di questo, come detto, tratto nel mio ultimo lavoro, ma se racconto tutto qui finisce che il libro non se lo compra nessuno e allora, se permetti.adesso sono stanco.


Note: Daniele Lembo, nasce nel 1961 a Minori (SA), in Costiera Amalfitana, e dopo la maturità liceale si è laureato in Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazione. E’ pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio.

Thursday, July 05, 2007

Brigante se more...e io ci nacqui!
Stavolta sto con i figli di madre padania. Intendiamoci, non perché condivida i modi e le motivazioni dei trogloditi amanti dei copricapo con le corna di cervo, ma perchè è semplicemente inaccettabile che la Camera, fatto salvo il loro dissenso, renda unanimemente omaggio ad un razziatore di cavalli nel bicentenario dalla nascita. E' vero che ogni nazione rende onore agli uomini che meglio la rappresentano e, in questo senso, il busto del brigante Garibaldi sta bene vicino alla sala dedicata ad un delinquente come Carlo Giuliani e, però, non dimentichiamo che l'invasore di Nizza fu il principale responsabile del sacco del Sud, visto che - con la sciagurata annessione al Piemonte - ci diede in pasto ai savoiardi e al capomastro obeso Cavour. Se oggi la politica, da 140 anni a questa parte, si fa a Roma e Milano, mentre la terra borbonica è abbandonadata a sè stessa, non dimentichiamo che lo dobbiamo al massone socialista che entrò a Napoli accordandosi con la camorra. Certo, i Borbone non erano dei despoti illuminati, ma avevano fatto di Napoli una capitale d'Europa nel progresso tecnologico, giuridico, industriale, culturale e artistico. Quelli che sotto il loro regno erano dei centri opulenti, oggi sono paesi dove regna il degrado. Coloro che vollero ribellarsi, furono barbaramente massacrati. E' questo che bisogna ricordare, non i ladri di cavalli.


Il primo libro che ho letto in vita mia è stato sulla storia di Napoli. Negli anni mi sono fatto una discreta libreria sull'argomento e,pertanto, mi permetto di consigliare qualche letturina: La storia proibita(autori vari, ed Controcorrente), E furon detti briganti ( A Nicoletta, ed. Il Cerchio)Il Saccheggio del Sud (V. Gulì), L'Invenzione dell'Italia unita (Martucci), I Lager dei Savoia (F. Izzo, ed. Controcorrente), Maledetti Savoia (L del Boca), I Savoia e il massacro del Sud(A. Ciano)


Brigante se more.
Amme pusate chitarre e tammure
pecchè sta musica s'ha da cagnà
simme brigant' e facimme paura
e ca sch'uppetta vulimme cantà
e ca sch'uppetta vulimme cantà

E mo cantam' 'sta nova canzone
tutta la gente se l'ha da 'mparà
nun ce ne fott' do' re burbone
a terra è a nosta e nun s'ha da tuccà
a terra è a nosta e nun s'ha da tuccà

Tutt' e païse da bas'l'cat'
se so' scetat' e mo stann' a luttà
pure a calabbria mo s' è arravutat'
e 'stu nemic' o facimm' tremmà
e 'stu nemic' o facimm' tremmà

Chi ha vist' o lupo e s' è mise paur'
nun sape büon qual' è 'a ver'tà
o ver' lup' ca magn' e creatur'
è o piemuntese c'avimm' 'a caccià
è o piemuntese c'avimm' 'a caccià

Femm'na bell' ca dat' lu cor'
se 'stu brigant' u vulit' salvà
nun c' cercat' scurdat'v' o nome
chi ce fa a guerra nun tien' a pietà
chi ce fa a guerra nun tien' a pietà

'Omm' s' nasc' brigant' s' mor'
ma fin' all'utm' avimm' a sparà
e se murim' menat' nu fior'
e 'na bestemmia pe' 'sta libertà
e 'na bestemmia pe' 'sta lib

Wednesday, July 04, 2007

Intervista a Storace.
Il suo primo giorno di trepidazione e passione dopo «il grande strappo» da An lo passa in Senato: esterna fra una votazione e l’altra, rilascia interviste a raffica, aspira due sigarette nella sala del fumo, getta un occhio al sito («Oh, diecimila mail ho ricevuto!»), un altro al cellulare che - bip-bip-bip - distilla sms come un defibrillatore. Stamattina alle 7.00 è in diretta tv a Canale Italia, dalle 9.00 alle 10.00 a Radio24. Praticamente un carro armato. Quando iniziamo l’intervista Francesco Storace mi mostra lo schermetto del telefonino con un ghigno dei suoi: «Qui siamo a quota trecentocinquanta sms!». In una calda giornata di estate romana tutti in An si chiedono: perchè proprio ora? E lui, imperturbabile: «Perchè l’avevo annunciato in una intervista a Panorama. Se entro la fine di giugno non vedo un segnale di democrazia interna me ne vado. E’ brutto essere coerente? Voglio una forza che incarni le idee della destra». Scusi ma c’è spazio per un partito a destra di An? «Non vorrei fare battute: viste le posizioni attuali a destra di An c’è già l’Udc…».
L’ha fatta, la battutaccia…
«E’ una constatazione».

C’è già il simbolo, con la fiaccola del vecchio Fronte della gioventù…
«Bello vero? L’ha ideato Antonio, un camerata della Sardegna».
Azione giovani protesterà, la fiaccola ce l’hanno pure loro…
«Ah, ah, ah… Già depositato al ministero, c’è un brevetto per le opere di ingegno».

Perchè nel simbolo il tricolore è asimmettrico?
«Perchè lei, come gli altri, si faccia questa domanda».

La verità è nessuno capisce perchè lei esca proprio ora.
«Non mi credono? pazienza. Dicevano che facevo il gioco della parti con Fini!».
L’ho scritto pure io, se è per questo.
«Posso perdonare».

Lei ai tempi di «Salò male assoluto» tirò la fune senza strappare, oggi pare che si scinda… «a freddo».
«No, ci sono state decine di gocce che hanno fatto traboccare il vaso: voto agli immigrati, Corano nelle scuole, procreazione assistita…»

Però lei non era uscito nemmeno allora.
«Ho provato a dare battaglia: ma qui non è che mancano le regole… Manca proprio il campo di gioco!».

Quale è il motivo principale per cui lei se ne va?
«Ormai si sa che Fini punta al Ppe, e che la sua strategia politica è dettata da ambizioni puramente personali».

Non è un crimine per un leader…
«Per carità, un leader deve avere ambizioni personali. Ma non solo quelle».
E chi garantisce che anche lei non faccia questa scelta per ambizione?
«Guardi, ho fatto una valutazione probabilistica: con questa legge elettorale per me è più facile restar fuori che dentro. Ho parlato con mia moglie, abbiamo persino valutato l’ipotesi di restare senza stipendio. Crede che questi calcoli non si facciano?».
Affatto
«Il 90 per cento dei dirigenti di An è d’accordo con me ma non vuole rischi. In politica nessuno rischia più!».
Però essere leader di un partito tutto proprio….
«Primo. Se restavo in An un posto da senatore a vita ce l’avevo senza nomine presidenziali…»
Secondo?
«Non sarà un partito tutto mio, ma un percorso aperto a tutti. Terzo: ci crede se le dico che ieri - tornavo da una vacanza a Capo D’Orlando con figli e moglie - è stato il giorno più lungo e difficile della mia vita?».
Dicono: a Berlusconi non dispiace un partito che allarga lo spettro della coalizione.
«Cosa mi ha detto Berlusconi, se vuole, lo chieda a lui. Però è vero che l’ho chiamato e l’ho informato».
Lo spazio elettorale c’è?
«In sondaggi di Crespi ipotizza che sia del 5%».
A lei basta il 2 per superare lo sbarramento…
«Mi basta che le idee della destra siano rappresentate».

Che è successo tra lei e ALemanno, dopo tante battaglie insieme?
La domanda di riserva quale è?».

Come sono i rapporti tra lei ed Alemanno?
«Sempre la domanda di riserva voglio».

Cosa c’è che le rende così indigesta l’adesione al Ppe?
«Vorrei ribaltare la domanda: cosa ci da, oltre che un buon salotto, il Ppe? Capisco che sia utile per un disegno personale di Fini, ma…».

Ricorda il tempo in cui eravate «oppositori ma amici».
«In politica le amicizie non esistono».
Era una citazione sua…
«Sì? Possibile. Ma la vita ci cambia».
Riesce a definirlo in 5 parole, il suo partito?
«Cattolico, solidale, europeo, occidentale, cristiano».
Fa rima con «Ratzingeriano».

Wednesday, June 20, 2007

Un'ora di verità.
"What's this?", si saranno chiesti ieri i turisti americani che, attratti dal palco che illuminava i tetri grattacieli, orbitavano attorno agli alberghi del centro direzionale. E vaglielo a spiegare che non si trattava di uno spettacolino organizzato dalla Jervolino per dare loro il benvenuto, né dell'anteprima della nuova tournèe del Veltroni cinema-rock-cabaret-so-ermejodetutti-ahò tour. Vaglielo a spiegare che si trattava di una manifestazione per la verità, perché in Italia certi processi sono istruiti non per accertare i fatti oltre ogni ragionevole dubbio, ma per condannare alla damnatio memoriae una determinata galassia politica e coprire i misfatti dell'altra. Io non ne sarei capace, ma - se qualcuno se ne fosse
sentito in grado - poteva farsi avanti e, da truce fascista, cimentarsi nell'impresa.

Mai come ieri il centro direzionale ha brillato di luce propria e, alla fine, quell'atmosfera un po'underground da uomini in mezzo alle rovine e un po' psichedelica con i colori del palco contrapposti ad anonimi grattacieli, da terminators che rifiutano l'omologazione,è stata calzantissima. Tanto più che, davanti al palco, c'era l'insegna di un albergo che rivelava un presagio: si chiamava Avalon, come l'isola su cui regnava Artù. Ieri i cavalieri della tavola rotonda sono giunti dalla terra dei giusti per portare giustizia.

Ieri sera a Napoli, in un quartiere vivo, per la presenza degli uffici, solo durante la giornata e fuori dalla città, è stata invocata l'intercessione della dea che regge una bilancia. Lo si è fatto in una zona simbolica, nei pressi del carcere. Lo si è fatto per manifestare la nostra vicinanza verso chi, da innocente, sta pagando per responsabilità che non sono sue. Lo si è fatto per un motivo preciso, perché quell'infame delitto, la più grande strage dal dopoguerra ad oggi, la bomba di Bologna del 2/8/80 non ha ancora il suo marchio di fabbrica, ma solo un falso(a Napoli si dice "appezzottato") e, alle 85 vittime, se n'è aggiunta, dopo 27 anni, un'altra differita. Massimo Sparti aveva mentito, lo sapevamo, lo abbiamo sempre saputo, ora ne abbiamo avuta la certezza:si è sempre contraddetto, si è sempre vantato di avere mentito, ora anche i suoi familiari lo gridano a gran voce. Ciavardini è in galera, ma da innocente e, dopo 10 processi, è stato condannato. Condannato oltre ogni intelligenza, oltre ogni ragionevole presunzione. E i magistrati non vogliono riaprire il processo.

Ieri a Napoli il ragionevole dubbio l'abbiamo simbolicamente abbattuto, così come, con la nostra musica, a forza di decibel, avremmo voluto far crollare gli uffici del centro direzionale. Non voglio santificare Ciavardini, la sua storia è piena di ombre e, però, quella strage non gli appartiene e, per questo motivo, ho voluto essere lì, proprio per affermare il principio contenuto nell'art 27 della costituzione secondo cui la responsabilità penale è personale e Ciavardini non può pagare per un delitto da lui non commesso, per il fatto di essere appartenuto ad un'area politica osteggiata dai pubblici apparati. La risposta alla chiamata alle armi in termini di presenze è stata buona. Se consideriamo le difficoltà per raggiungere il posto, 400/500 persone sono più che soddisfacenti. C'erano, purtroppo, più Romani che Napoletani, a dimostrazione del fatto che l'area qui da noi ha ancora difficoltà a ricostituirsi per ripartire. I presenti erano, però, riconducibili tutti ad un'area culturale, rectius ruotavano tutti all'orbita di una comunità ben definita. C'era il consigliere campano Ronghi, uno tosto, ma gli alleanzini, per il resto, erano minoranza. Oltre alle presenze, forse è opportuno contare anche le assenze e di fantasmini ne ne ho visti girare parecchi tra i palazzi spettrali.

Sto, lo ammetto, fregandomene della consecutio temporis e di ogni logica,allora riavvolgiamo la pellicola e ripartiamo dall'inizio: ieri pomeriggio si è tenuto un convegno organizzato dal comitato L'Ora della Verità sui fatti processuali inerenti la strage di Bologna. E' intervenuto l'avvocato Valerio Cutonilli,difensore di Ciavardini, Enzo Raisi della commissione Mitrokin,il radicale Taradash, Umberto Croppi che non ha bisogno di presentazioni, Semprini, l'autore del primo libro innocentista sulla pista fascista, Gian Paolo Pelizzaro, già consulente della Mitrokin e sostenitore della pista palestinese. In serata c'è stato un bel concerto di musica alternativa con vari gruppi.

Purtroppo io, impegnato nel primo pomeriggio e dipendendo da un passaggio, sono riuscito ad arrivare, dopo innumerevoli giri attorno alle isole del centro direzionale, solo in tarda serata. Ora questo non è il blog di una giovane teenagers, quindi vi risparmierò i nomi a mo' di elenco telefonico di tutti coloro che hanno partecipato all'iniziativa(molti mi leggono qui e il saluto è sottinteso!), però un aneddoto merita di essere raccontato. Apena arrivato, ho ricevuto una simpatica telefonata da un numero a me noto, ma da una voce a me sconosciuta:

- << Parlo con il Signor Pizzino? >>
- << In persona>>,
ho risposto senza capire chi fosse l'autore dello sfottò.
- << Non saprai mai chi sono e ora ti passo a...>>, è stata l'ultima replica.
La mia curiosità,alla fine, per essere appagata, non ha dovuto aspettare più di tanto: a farsi beffa di me non più di cinque minuti prima era l'avvocato, non Agnelli, ma il nostro Giusva(d'ora in avanti avvocato Peppe), il più insigne giurista
che abbiamo nella blogosfera. Devo ammettere che, pur avendo da blogger un sentimento di intolleranza per internet, è un veicolo straordinario per dare un'identità a persone con cui, altrimenti, non avrei mai contatti.
Se non fossimo stati lì per un motivo maledettamente serio, gli ingredienti per una
serata dedicata al.. omissis(per una serata distesa), c'erano tutti.



N.B.Le foto saranno pubblicate non appena ne entrerò in possesso.

Monday, June 18, 2007

La dignità di uomo
Il 23 marzo del 1944, quando il comandante Kappler, ricevute le disposizioni direttamente da Hitler, in seguito all'attentato dei Gap di via Rasella, ordinò al suo giovane tenente di far parte del plotone di esecuzione passato alla storia come l'eccidio delle fosse Ardeatine, Erich Priebke doveva ancora compiere trentuno anni.Era un soldato e, da soldato, eseguì l'ordine legittimo che gli era stato impartito da un suo superiore. L'episodio segnerà per sempre la sua vita, già piena di difficoltà e ostacoli.
Di famiglia prussiana Erich Priebke nasce il 29 luglio 1913 a Hennigsdorf, nelle vicinanze di Berlino e rimane orfano di entrambi i genitori a sette anni. Accolto nella casa di una zia materna, a 14 anni viene avviato al lavoro nel settore alberghiero. Ventenne, emigra in Italia per lavorare in un hotel della costiera ligure, poi a Londra ed in fine, tornato in Patria, si arruola nella polizia ottenendo così anche i gradi militari di appartenente al corpo delle SS.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, come tenente di prima nomina fu inviato in Italia presso l'ambasciata tedesca con funzioni di vice Polizei Attaché. Dopo l'otto settembre fu inquadrato nell' Aussenkommando Roma che svolgeva funzioni di polizia. In seguito prestò servizio a Brescia e alla fine della guerra, scappato da un campo di prigionia, si rifugiò a Vipiteno riunendosi a moglie e figli.
Emigrato in Argentina nel 1948, dopo una vita di intenso lavoro, da pensionato si dedicò per vent'anni alla comunità tedesca di San Carlos di Bariloche, diventando presidente sia dell'associazione culturale germano-argentina che della commissione direttiva del prestigioso istituto tedesco "Primo Capraro".
Quando la sua storia fu portata a conoscenza del grande pubblico tramite un servizio della TV americana ABC, nel 1994, le autorità italiane vollero la sua estradizione.
Una volta in Italia, dopo un primo proscioglimento, venne riarrestato e riprocessato per essere condannato a 14 anni e poi in appello definitivamente all'ergastolo. O
ggi novantatreenne
, mentre - tra indulti, pene alternative e premi - la certezza della pena non è applicata per nessuno, Priebke sconta il suo ergastolo in detenzione domiciliare ed è di fatto il detenuto più anziano in Italia. Nei giorni scorsi il provvedimento del tribunale militare di sorveglianza che gli permette di lasciare i domiciliari per andare a lavorare, ha suscitato diverse reazioni. I poteri forti (nemmeno tanto occulti!) hanno cercato di fare pressione contro il provvedimento, dimenticandosi forse delle condizioni in cui versa la nostra giustizia. Il Messagero ha censurato un sondaggio perché la maggior parte dei lettori si era pronunciata favorevolmente al provvedimento del tribunale di sorveglianza. Le lobbies ebraiche e l'ANPI (che ormai tessera d'ufficio anche i teenagers per non scomparire...), le stesse che un mese fa hanno aggredito impunemente a Teramo i professori Faurisson e Moffa, hanno manifestato sotto l'abitazione dell'ex Capitano, costringendolo a recarsi sul posto di lavoro in motorino. C'è da chiedersi perché questi zelanti cittadini non si mobilitino anche per il terrorista Cesare Battisti o Adriano Sofri, o non si indignino per coloro che manifestano a favore di assassini eversivi incarcerati.
Tanto più che Priebke è a tutti gli effetti un perseguitato politico.
L'Italia, infatti, nel ventennio successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha promulgato provvedimenti di indulto e (successivamente) di amnistia in favore di coloro –Fascisti e Antifascisti- che erano stati condannati all’ergastolo per reati commessi nel periodo tra il 25 luglio del 1943 e 2 giugno del 1946. Nel giugno 1966 è stato promulgato il D.P.R. 4.6.1966 n. 332 che prevede[va] la concessione dell’amnistia: a) per i reati commessi dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946 da appartenenti al movimento della Resistenza o da chiunque abbia cooperato con esso, se determinati da movente o fine politico, o se connessi con tali reati ai sensi dell’art. 45, n. 2, del Codice di procedura penale; b) per i reati commessi, dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946, anche da altri cittadini che si siano opposti al movimento di liberazione, se determinati da movente o fine politico, o connessi con tali reati ai sensi dell’art. 45, n. 2, del Codice di procedura penale. Tra i reati in questione, come detto, rientrano anche quelli puniti con l’ergastolo.
La Cassazione ha, tuttavia, escluso l’applicabilità dell’amnistia in favore di Erich Priebke in quanto l’amnistia ivi prevista si applica soltanto ai cittadini dello Stato italiano e non anche ai cittadini stranieri, atteso che il provvedimento di clemenza si proponeva un fine di pacificazione nazionale fra i cittadini italiani in relazione agli eventi bellici interni seguiti alla caduta del regime fascista ed alla nascita della c.d. Repubblica sociale italiana.

Priebke, in pratica, sconta la pena dell’ergastolo non per la gravita’ del reato ascrittogli, ma in qualità di cittadino tedesco: se la strage fosse stata commessa da un italiano, avrebbe usufruito dell'amnistia. SE avesse ucciso “COME italiano” oggi sarebbe libero.

Wednesday, June 06, 2007

La strage di Bologna - da Tetris di Luca Telese





Tuesday, June 05, 2007

La strage di Bologna.
La storia siamo noi









Sunday, June 03, 2007

Sunday, April 29, 2007

Chissenefrega,tanto era fascista!
Luca Telese

VENTIDUE ANNI DOPO, RAMELLI FA ANCORA PAURA?

Ecco alcune delle ragioni perchè abbiamo deciso di ristampare un testo "clandestino".



Intanto quella foto. Se si è tramandata una memoria di Sergio Ramelli, e poi se questo nome e la sua storia hanno potuto traversare trent’anni di storia italiana, la nube di oblio degli anni di piombo, rompere le barriere del pregiudizio e delle appartenenze, è soprattutto per quella foto: il ragazzo con i capelli lunghi, con lo sguardo innocente, gli occhi castani e luminosi, la brutale ferocia di un omicidio celebrato a colpi di chiave inglese, con l’aggravante della premeditazione e del delitto su committenza, come se si fosse trattato di un festino di morte e di sangue.

E poi questo libro. La prima edizione di “Ramelli, Una storia che fa ancora paura”, era uscita nel 1987 come un documento clandestino e di comunità, ed era invece destinata a suscitare uno dei più grandi successi di vendita fuori dai circuiti ufficiali che si ricordi in questo paese. Cinque edizioni, 16 mila copie vendute banchetto per banchetto, una lista di presentazioni e un viaggio in giro per l’Italia nel nome di Sergio che possono essere comparati solo alle tappe della tournè di qualche pop star, o a un viaggio elettorale. Invece, non si trattava né della prima e né della seconda ipotesi. Gli autori che firmavano (e firmano) quel libro erano cinque, e perfettamente sconosciuti al grande pubblico, solo uno di loro, Guido Giraudo era un giornlaista prfoessionista, ex vicedirettore del Candido negli anni settanta. Il libro se l’erano stampati praticamente da soli. E per di più, quando era uscito non ne aveva scritto nessuno: non una recensione, non un trafiletto, nemmeno una segnalazione sui giornali seri.

Ma tutte queste cose messe insieme, per quanto interessanti, non basterebbero a giustificare una ristampa, se non ci fosse un elemento in più, e decisivo: l’inchiesta. Ecco, l’inchiesta, in Italia, nel panorama vaniloquente e un po’ gaglioffo della stampa italiana, è un genere estinto o inflazionato.

Se lo ricordo, è perché questi “non professionisti” che nel 1987 si mettono a scavare sul Caso Ramelli in realtà danno una lezione che sarebbe utile a molti. Sono di destra, certo, e sono motivati da un desiderio di battaglia memoriale: ma si tratta di una battaglia civile, prima ancora che politica. E poi sono terribilmente rigorosi. Non si perdono in mille fronzoli, non inseguono la bella pagina, lavorano di olio di gomito e di archivio, setacciano le emeroteche, raccolgono le testimonianze. Sono di parte? Certo: ma hanno un metodo e una cifra scientifica: il loro lavoro è utile a chiunque voglia ripercorrere quel sentiero di storia italiana. Quando 16 anni dopo mi misi in testa di scrivere un libro che raccontasse le storie dei 21 ragazzi di destra radicale non uccisi negli anni di piombo, l’unico su cui esistesse un lavoro di rigorosa ricostruzione documentaria era per l'appunto Ramelli. Ricordo che ad una presentazione del mio libro, un giornalista non certo sospetto di simpatie per la storia missina come Gad Lerner chiese a Girando: “Non è che ne avresti una copia da mandarmi?”. No, le aveva finite. Così è nata l’idea di questa ristampa. Perché la storia di Sergio ebbe il destino di trovarsi al crocevia di molte storie importanti, e continua a costituire una pietra miliare nella cronologia delgi anni di piombo.

Alcuni dei motivi sono già noti a chi ha già letto “Cuori neri”. Il primo: il delitto Ramelli celebrò come non era mai accaduto prima la spersonalizzazione della vittima. Ad uccidere Sergio non erano i suoi avversari politici diretti, ma un gruppo di studenti che apparteneva al servizio d’ordine di Avanguardia Operaia. Il più “sfigato” dei servizi d’ordine dei gurppi extraparlamentari milanesi, va aggiunto, quello che come ricordava lo stesso Lerner in un articolo del 1987 si era guadagnato il nomignolo malefico di “Brigata coniglio”. Ma divenne, come in quasi tutti i casi che avrei raccontato in Cuori neri, un “delitto iniziatico”. Dopo che avevi ucciso la prima volta, la deriva della storia ti faceva fare il salto dall’amministrazione più o meno controllata della violenza di piazza alla lotta armata. Il secondo motivo: il caso Ramelli, era diventato , al pari di tanti altri delitti di quel tempo il romanzo di formazione di una frammento di classe dirigente, sia a destra che a sinistra. Tra gli avvocati del processo che si celebrerà a dodici anni di distanza troviamo su fronti avversi – tanto per fare tre nomi - un futuro deputato di An come Ignazio La Russa, un futuro deputato di Forza Italia come Gaetano Pecorella, e un futuro deputato di Rifondazione come Giuliano Pisapia. Terzo motivo: Ramelli era un anello nella catena del sangue, e diventava il prologo di altri delitti nella catena del sangue: senza questo delitto, probabilmente, Milano si sarebbe potuta risparmiare una settimana di guerriglia urbana, e due morti che sono direttamente o indirettamente collegati al delitto. Claudio Varalli muore durante uno scontro a fuoco che nasce dopo un volantinaggio che si celebrava nel nome di Ramelli (a cui per ironia della sorte prendeva parte Girando ma non Antonio Braggion, l’uomo che freddò il militante di sinistra con la sua 7.65, mentre veniva assaltato nella sua Mini). E sempre lungo il filo del sangue di Sergio muore Giannino Ribecchi, investito da una jeep della polizia nei caroselli che seguono l’assalto di un corteo extraparlamentare alla federazione missina di via Mancini. Siccome il grosso dell’inchiesta l’avevano fatta Girando e i suoi coautori, quando si trattò di affrontare la storia di Sergio, mi ritrovai nella possibilità di inseguire altre piste. La prima, quella del rimorso, mi portò a incontrare il libro di Giorgio Mellitton (che cito ampiamente in Cuori neri) il professore di italiano di Sergio, che distrutto dal senso di colpa per non aver fatto abbastanza, di non aver impedito quel delitto come forse avrebbe potuto, raccontò la sua storia con un libro pieno di malinconico strazio e di particolati agghiaccianti. Su tutto quello della sua collega che commentava il suo delitto con lo stesso senso di pietas che avrebbe potuto rivelare un kapò: “Di fronte a una tazza di caffè, a voce alta perché gli altri sentissero, la professoressa di lettere del triennio F disse: “E che importa, se dunque era un fascista?”. Non era sola: “Un’altra sua collega, del corso E esclamò con sgomento: ‘Sono cose più grandi noi”. E una terza, tanto per chiudere il quadretto tratteggiato da Mellitton, sospirò: “A Roma sono più forti neri, a Milano noi”.

Nella sua raggelante spietatezza, quest’ultimo commento rivelava un’altra verità: sotto la sovrastruttura degli odi ideologici, il delitto Ramelli, e tutti gli altri che negli anni settanta hanno visto cadere i cuori rossi e neri, la vera meglio gioventù di questo paese, erano incrostati con qualcosa che stava dentro le viscere di un paio di generazioni di italiani, un rancore atavico, cieco, e per certi versi persino tribale. Quando pronuncio queste parole, ogni tanto, incontro qualche saettare di sguardi perplessi, magari la cifra di un sorriso. Eppure, con la stessa regolarità di un metronomo, ogni anno il rintocco di qualche fatto di cronaca, dai processi alle rivelazioni, dalle guerriglie urbane al disvelamento di qualche manipolo di vecchi o nuovi brigatisti, ci spiega quanto quell’odio antico sia ancora vivo, persistente, e destinato a covare anche dopo che le fiamme sembrano estinte, come la brace sotto la cenere. A sedici anni da questo libro, sono riuscito a parlare con il magistrato che è tra i protagonisti di queste pagine. Fu un magistrato indubitabilmente come Guido Salvini, infatti, a scoperchiare l’abisso di questo delitto sepolto. E questo è anche l’ultimo punto dirimente del caso Ramelli: è uno dei pochissimi omicidi degli anni di piombo per cui si sono travati dei colpevoli. Dei colpevoli reoconfessi, che come dimostra questo libro, non per questo non vennero difesi al di là di ogni senso logico. Quando inizò a celebrarsi il processo, infatti, qualcuno (in testa a tutti un partito che oggi non c’è più Democrazia Proletaria, e un quotidiano, il Manifesto) provarono a dire che non si trattava di un processo legittimo, ma del tentativo di mettere sul banco degli accusati un’intera generazione. Argomentazione che come scoprirà chi legge questo libro era a dir poco risibile allora, e lo è anche oggi. Uno degli imputati, Marco Costa, raccontò ad una corte allibita che una mattina aveva scambiato per un colpo di Stato, la sfilata dei carri per il 4 novembre. E quando il presidente chiese testualmente:
“Ma a scuola non vi avevano detto che il 4 novembre era la festa nazionale?”.
Si sentì rispondere con altrettanto candore:
“All’epoca leggevamo più i testi di marxismo che i testi scolastici”.

Qui mi piacerebbe provare a spiegare una cosa banale, ma nemmeno troppo. Non per difendere l’utilità dei testi marxisti (cosa che comunque mi sta a cuore), ma per sgombrare il campo da un grande equivoco: in ogni tempo e luogo, le responsabilità sono individuali e non collettive. E così, malgrado le aggravanti e i condizionamenti del tempo, fare giustizia, e celebrare il processo Ramelli, voleva dire prima di ogni altra cosa, che responsabile dell’omicidio Ramelli erano gli uomini del commando - tutti studenti universitari, e non ragazzini - che si erano dati appuntamento per flagellare un ragazzo sotto casa sua. E che dopo meno di vent’anni si presentavano davanti ai giudici immemori, ormai traslocati dentro nuove e rispettabilissime esistenze, e incapaci di spiegare la cosa più semplice, banale e necessaria: Perché. Anche i libri sono come maglie di una catena, che nascono uno sull’altro, e crescono insieme alle idee. Se qualcuno volesse continuare il filo che parte da “Una storia che fa ancora paura” e prosegue con “Cuori neri”, potrebbe aggiungere un tassello in più andando a cercare le parole che oggi i ragazzi delle Hazet 36 vorrebbero e potrebbero dire. Ne io, ne gli autori di questo libro ci siamo riusciti.

Ma se si prende tra le mani questa inchiesta, a prescindere da come la si pensi, si fanno tantissime altre scoperte. La più bella è sempre quella foto, e le altre che compongono questo affresco, questo viaggio intorno ad una vita stroncata. Diceva Oscar Wilde: “Dopo i vent’anni ogni uomo è responsabile della faccia che si ritrova”.

Bene, in questo caso l’idea che uno sguardo rappresenti una rivelazione è così vera, che già a 17 anni Sergio Ramelli era responsabile di molto di più. In quell’ovale e in quei capelli lunghi, quando si conosce la sua storia, si scoprono tante cose: che Sergio andò al macello con la stessa innocenza che dimostrava il suo sorriso. Che era fuori dai cliché come i suoi stessi capelli lunghi ci dicevano. Che la retorica è sempre una brutta bestia: ma che poi a volte è terribilmente vero, come cantava Guccini, che “Gli eroi son tutti giovani e belli”.

Monday, April 23, 2007



Tg2 10 minuti si occupa del libro di Andrea Colombo sulla strage di Bologna.

Friday, March 02, 2007

Contro il comunista negazionista strisce in ogni via Tito e Togliatti.

Sono stati coperti i vergognosi manifesti a firma Rifognazione Consumista che negano la tragedia delle Foibe con strisce con scritto “Manifesto negazionista, Vergogna!”. Lasciare quei manifesti in giro per Roma sarebbe stato l'ennesimo insulto alla memoria e una gravissima offesa ai familiari delle vittime del massacro delle Foibe. Si sta creando un clima preoccupante con la sinistra di governo: prima i manifesti di questo fantomatico “progetto memoria”, che evidentemente fa ancora fatica ad ammettere gli eccidi dei partigiani comunisti di Tito e il silenzio durato 60 anni; poi i convegni istituzionali che aprono le porte a teorie negazioniste.
Dopo aver dimenticato per troppo tempo, si è fatto un primo piccolo passo per la memoria condivisa su quanto successo sul nostro confine orientale; ora è necessario fermare quest’opera di Colpisce come nessuna presa di posizione sia stata espressa dalla sedicente sinistra moderata contro le posizioni assunte dai partiti di Bertinotti e Diliberto, evidentemente un certo imbarazzo verso gli alleati c'è.
Siccome Il Pizzino in queste istituzioni non si riconosce, fa una sua proposta:coprire ogni via Tito o Togliatti che ci sia nel nostro paese con la striscia: criminale comunista, vergogna!