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Friday, March 21, 2008

UN MOTIVO IN PIù PER NON VOTARLO!
(ANSA)"Se perdo le elezioni il giorno dopo mi dimetto", lo afferma Gianfranco Fini.

Saturday, February 16, 2008

AN in autunno si scioglierà, l'ha deciso Gianfranzo.
"La secessione di Casini e la fusione servile del Nulla Fini in Mediaset, trasforma il Polo - questo agglomerato post-democristiano - in una «destra» senza «centro». Moderatissimo nel Nulla, centrista per mancanza di fegato, l’asse Fini-Salame si farà pure etichettare di «destra», come Dick Cheney. Dall’avversario, per scopi di propaganda.

Per confronto, basta soppesare l’abilità politica dell’altra parte. Forse non s’è capito bene che, nella sua posizione, Veltroni si è dato le carte per vincere in ogni caso. Se si fosse presentato come Ulivo, avrebbe perso: il recente ricordo del «governo» Prodi, Visco, Diliberto e Pecoraro rivolta gli elettorati anche di sinistra. «Correrò da solo», ha detto lui, ossia senza la sinistra micro-litigiosa. Solo non proprio, «ma anche» con Di Pietro, d’accordo: ma sono voti della nebulosa giustizialista-no-global, e sperabilmente un po’ di seguaci di Grillo. Per di più, Veltroni ha fatto un patto con Bertinotti. Il quale sta «federando» le cosette rosse falce e martello. Se raccoglie un bel po’ di voti, la «cosa» di Veltroni farà il governo con la «cosa» di Bertinotti, e sarà di nuovo Ulivo, con senatori a vita pronti al voto. Se invece perde, poco male: farà il governo delle larghe intese col Salame, «per le riforme». Insomma, Veltroni vincerà in ogni caso. In ogni caso, sarà al «governo» italiota. Bel colpo. Il Salame è battuto in ogni caso, sarà sempre il Cavaliere Nero, lo Squalo, la «destra»".

Maurizio Blondet

Thursday, February 14, 2008

Girotondo.
Solo un mesetto fa, Gianfranzo rompeva con Berlusconi definendo la CdL "un ectoplasma" e svoltava con An a Destra. Ne vennero fuori degli spunti programmatici molto interessanti, ma che difficilmente troveranno attuazione nel PdL, ossia nel nuovo soggetto politico di centro. O meglio, per attuarlo bisognerà farlo capire ai forzisti...O YEAH!

Un articolo del Il Messaggero di gennaio, ogni riflessione è lasciata al lettore:
Bacchettate alla Bce e mutui sociali: ecco la nuova destra di Fini

ROMA Innanzitutto la parola, «Italia», che An fa sua, dopo che Berlusconi ha scelto per la nuova creatura l’appellativo di «Partito delle libertà». Così An l’8 febbraio a Milano si prepara a diventare ”l’Alleanza per l’Italia” con l’obiettivo di mettere a disposizione di tutti coloro che non si riconoscono nel centrosinistra un pacchetto di proposte che, nelle intenzioni di Fini, potranno costituire l’ossatura del programma del nuovo centrodestra. Che dovrà rifondarsi, come sottolinea la direttrice del ”Secolo”, Flavia Perina, nell’editoriale di presentazione del documento da discutere a Milano. A partire dai programmi, certo «novità non di poco conto», ma Perina sottolinea anche come «le ultime campagne elettorali si siano basate sulla leadership di Silvio Berlusconi. Del quale non si disconoscono i meriti- ammette- ma il quinquennio di centrodestra ha dimostrato i limiti di una scelta di questo tipo».Nel futuro di An c’è un deciso ritorno ai valori della Destra e un fiancheggiamento senza incertezze ai temi cari alla Chiesa: la patria, la famiglia, con il quoziente familiare come ricetta per le agevolazioni fiscali alle famiglie, un mercato temperato, con una globalizzazione non selvaggia, e una dura critica alla Banca centrale europea e al sistema bancario in generale «che deve abbassare il tasso di sconto e ridurre il costo del denaro per famiglie e imprese». E ancora, mutui sociali per l’acquisto di case per i meno abbienti, l’immigrazione soggetta a regole e doveri precisi, come l’apprendimento dell’italiano e attenzione per l’ambiente. Tutti riferimenti «che fanno parte del nostro Dna», puntualizza il portavoce di Fini, Andrea Ronchi. Tuttavia, non sfugge come il riposizionamento in chiave destra sociale torni utile per fronteggiare la Destra di Storace e Buontempo. Comunque, l’appello che An lancia alla società italiana è più ambizioso e mira« a un progetto di rinascita della nazione e per un nuovo protagonismo economico e sociale, e riguarda- si legge nel documento- «non solo i cittadini, ma anche le forze politiche, le parti sociali, le associazioni. Vogliamo avviare un confronto per costruire un nuovo centrodestra capace di allargare i suoi consensi e in grado di rappresentare una seria e credibile garanzia per chi crede nel futuro dell'Italia».

Sunday, February 03, 2008

MALEDETTO SESSANTOTTO!
Il funambolico Gianfranzo, ieri, ad un convegno al quale ha partecipato anche Aznar - mica bau bau micio micio! - è riuscito a dire che il '68, tutto sommato, non fu portatore di disvalori. Fa specie che proprio chi imita Sarkozy in tutto e per tutto - anche nell'accoppiarsi con modelle di facili costumi - stavolta non l'abbia seguito su questo tema. Di Gianfranzo ormai non ci sorprende più nulla. Di seguito è riportata l'intervista a Veneziani sul tema e sul suo ultimo libro "ROVESCIARE IL '68".
Da " Il Messaggero"

di ROBERTO GERVASO


È L’INTELLETTUALE più lucido, fantasioso, appassionato della Destra. Una Destra vista come fumo negli occhi da un’altra Destra, che si vergogna di essere tale perché senza fede, senza identità, senza memoria. In un’Italia meno giacobina e meno settaria, o meno cinica e pusillanime, Marcello Veneziani si sarebbe cucito sul petto ben altri galloni. Il suo ultimo, concettoso, coraggioso saggio “Rovesciare il ‘68” (Mondadori), è un ennesimo dispiacere che l’autore dà a coloro che, invece di fargli un monumento, gli scaverebbero volentieri la fossa. Quei baroni e baronetti di una Destra che non vuole paladini, ma solo maggiordomi, cortigiani, rinnegati.

Cos’è stato il Sessantotto?
Non è stato un evento, ma un clima; non è stato un anno speciale carico di avvenimenti, ma un virus incubato prima e trascinato dopo, nostri giorni inclusi.
Cosa voleva?
Cambiare tutto, abolire la realtà e far coincidere il desiderio con la vita. Voleva sprigionare la libertà e le pulsioni e ricominciare da zero. I sessantottini sognavano di essere autonomi e, invece, si sono svegliati automi.
Cioè?
Schiavi della tecnica e dell’economia, dei loro imperativi e delle loro procedure.
I suoi più venerabili profeti?
Un caterva, fra veri e presunti.
Chi?
Innanzitutto, Mao, Marcuse, Guy Debord.
I suoi buoni maestri?
Jack Kerouac e i poeti della beat generation. Un gran pezzo di Nietzsche. Qualcosa di James Dean e della gioventù bruciata.
I suoi cattivi maestri?
Troppi. Sartre o il sullodato Marcuse. Ivan Illich e Lacan, Reich e una folla di maestrini nostrani che ripetevano in piccolo, e in peggio, gli errori dei maestri.
E i cattivi maestri in buona fede?
Don Milani, Basaglia, Pannella.
I suoi complici?
La borghesia radical-chic che fece allora i suoi primi passi, liquidando la vecchia e un po’ trombona borghesia cristiano-moralista, ma che aveva senso del decoro, responsabilità del ruolo, senso del dovere.
I suoi beneficati?
I peggiori e gli sfaticati. Figli della demeritocrazia, della selezione alla rovescia. Non solo...
Che altro?
Ha avvantaggiato i suoi sacerdoti e sacrestani andati al potere. Quante nullità frizzanti sono salite in cattedra, prive di sostanza, ma con le bollicine del ‘68.
I suoi profittatori?
Per un anno di servizio sulle barricate del ‘68 molti hanno avuto quarant’anni d’indennità. Il ‘68 è stata una card per accedere ai posti di comando. Come le tessere Alitalia, per entrare nelle sale dei vip.
Freccia Alata?
Nel loro caso, Feccia Alata
Le sue vittime?
Le vittime del ‘68 sono di tre tipi.
Il primo?
Quelle, nel vero senso della parola: dall’agente Annarumma al commissario Calabresi, ai giovani di destra e alle tante vittime degli anni di piombo e del partito armato, che deriva dall’ala estremista del ‘68 e dell’autunno caldo.
Poi?
Quei docenti e padri, borghesi e imprenditori che si trovarono a scontare gli effetti della demagogia e dell’irrisione.
Infine?
Le vittime indirette, quelle che non vissero il ‘68, ma ne scontarono gli effetti postumi di una società ridotta a brandelli, con scuola e università, famiglia e istituzioni diventate un colabrodo.
Cos’ha fatto di commendevole il ‘68?
Ha valorizzato la libera creatività e ha avuto più attenzione per le donne e per gli svantaggiati. Ma il meglio il ‘68 lo ha fatto ad Est.
Come?
Combattendo contro i carri armati. Darei il maggio francese e il quarantennio sessantottardo italiano per la primavera di Praga. Cederei Capanna e il Movimento studentesco in confezione intera, barbe incluse, per Jan Palach.
E cos’ha fatto il ’68 di riprovevole?
Ha tagliato le radici, gli alberi e i rami su cui eravamo tutti seduti.
Con la conseguenza?
Che siamo precipitati in quella specie di deserto benestante che è il nostro tempo.
I suoi peggiori guasti?
Di tipo civile più che politico.
Perché?
Perché, politicamente, non rovesciò nessun potere e, neanche sul piano economico, rovesciò il capitalismo o la società dei consumi.
E sul piano dei rapporti fra le generazioni?
Su questo e su quelli dell’educazione e del linguaggio, del rispetto reciproco e del lavoro, ha fatto devastazioni ancora fumanti.
Il suo più calamitoso retaggio?
Il parricidio, ovvero la voglia di liberarsi del padre. E l’intolleranza permissiva, che è il rovescio di quel che il ‘68 voleva combattere e che Marcuse chiamava la tolleranza repressiva.
Cosa prescrive l’intolleranza permissiva?
Che è vietato vietare, tutto è permesso, non ci sono limiti.
E per chi non si riconosce in questo codice ideologico?
Sono dolori. Non ha spazio né diritto di parola.
Perché, in America, il ‘68 è durato pochi anni; in Francia, pochi mesi; da noi è sempre attuale?
Perché da noi è diventato un mestiere, si è ibridato con un sistema di potere, quello del partito comunista e della sinistra sfusa, in un primo tempo ostile al ‘68, creando una vera e propria egemonia culturale.
In altre parole, si è eternizzato. Come si addice al Paese di Santa Madre Chiesa, riconoscendo diversi pontefici e cardinali.
I più corrivi e colpevoli?
I moderati vigliacchetti che lo hanno assecondato, gli hanno aperto le porte e i portoni del potere, lo hanno legittimato per sopravvivere, lo hanno cooptato per corromperlo, assumendone perfino le sembianze.
E chi sono?
Baroni universitari, editori, direttori, imprenditori, politici, democristiani inclusi.
Le responsabilità della Chiesa?
Dimenticavo i preti, qualche vescovo. Il Concilio Vaticano II è stato, forse, il battesimo religioso della Contestazione, il prologo in cielo delle uova marce in terra.
E chi ha fatto il resto?
I teologi della liberazione e della morte di Dio, i preti operai e canterini, i sacerdoti del collettivo democratico.
Con che faccia i contestatori “progressisti” di ieri sono diventati i bardi al servizio dei padroni-affamatori e liberticidi a suo tempo contestati?Per loro, la verità non esiste, ma esiste solo il soggetto. Di conseguenza, il vero e il falso dipendono esclusivamente dal punto di vista.
Se sono fuori dal Palazzo?
Dicono che è da abbatterlo.
Se sono dentro?
Dicono di chiudere la porta e fortificarlo. Sono egocentrici e la verità è misurata solo dalla propria convenienza.
Le più spudorate conversioni?
Preferisco dare alcuni titoli di film: Dalle molotov a Palazzo Chigi, da Potere operaio al Potere della sera, da Servire il popolo a Servire l’audience, da Lotta continua a Lobby continua, da Autonomia Operaia ad Astronomia Operaia, dal Manifesto al Manichino.
Altri apostati?
Preferisco restare sulle tipologie.
Sentiamo.
Ci sono quelli passati a destra; quelli rifluiti nel potere sovrastante e apparentemente neutro dell’economia, della scienza e dell’editoria; e quelli, che pur restando a sinistra, sono oggi repressori di lavavetri e poveracci. Ultima traccia di ‘68, le contestazioni al Papa all’università. Alle 67 firme di docenti ne mancava solo una per fare 68.
Cosa resta del Sessantotto?
L’enorme spazzatura che trabocca sulle strade del nostro futuro; resta una famiglia ridotta a poltiglia; una scuola che sembra un suk con zona fumatori; una società di solitudini ringhiose, le une contro le altre armate.
A quando la sua definitiva archiviazione?
Dopo quarant’anni di servizio le persone vanno in pensione. Dopo quarant’anni di disservizio sarebbe ora di mandare in pensione il ‘68. Ma non si tratta solo di archiviare i sessantottini diventati sessantottenni.
Di che cos’altro si tratta?
Di archiviare una cultura, una mentalità, di debellare un virus, come hanno ben capito Sarkozy e papa Ratzinger.
Chi ha portato l’Italia alla deriva?
È stato un concerto di classi dominanti che non hanno saputo essere classi dirigenti.
Chi?
Chi l’ha governata, chi l’ha rappresentata mediaticamente, chi l’ha guidata culturalmente, chi l’ha spinta sul baratro della società a irresponsabilità illimitata.
Chi potrebbe provocarne il naufragio?
Gli stessi che l’hanno portata alla deriva. Più i loro fragili epigoni.
Potrebbe salvarla un San Gennaro o un Masaniello?
Ormai, solo un dio ci può salvare, vorrei dire con Heidegger. E penso che, alla fine, lo farà.
Servendosi di chi?
Di qualche san Gennaro, un po’ meno di qualche Masaniello, ma, forse, ancora di più, di quella larga e profonda Italia che non si riconosce in quel codice d’accesso al potere che è il ‘68.
Cosa resta di Prodi?
Prodi, purtroppo, non è materiale biodegradabile.
Quindi?
Ho l’impressione che il suo gommoso sembiante riciccerà da qualche parte. Ma credo che, con Palazzo Chigi, abbia, ormai, definitivamente chiuso.
Cosa resta del suo esecutivo?
Lo sfratto.
E cosa resta di Pecoraro Scanio?
È l’esempio di come i verdi nuocciano all’ambiente più del catrame.
Cioè?
Una persona sana ha i polmoni verdi e la materia grigia.
E un verde?
Ha spesso gli organi invertiti.

Cosa faresti al posto di Bassolino?

Proverei a vendere le pizze, lasciando la politica. Se non è riuscito con gli inceneritori, provi col forno a legna.
In Rosa Russo Jervolino c’è più la tempra di Caterina Sforza o della Thatcher?
Di nessuna delle due.
Cosa le consiglieresti?

Il silenzio. Anche perché, con la sua voce, produce un forte inquinamento acustico. Per i napoletani è troppo.


Compreresti un barattolo di Nutella da Veltroni?
Sì, ma solo quello.
E se cercasse di venderti un programma di governo o un progetto di città?
Chiamerei i vigili urbani. È stato il sindaco della ricreazione. Ora ci vuole qualcuno che pensi al resto. L’intervallo sta per finire.
E acquisteresti una canottiera da Calderoli?
Noi terroni calorosi non le usiamo. Comunque, dopo l’esperienza del governo Prodi, persino Calderoli sembra uno statista.
Affacciato al balcone di Palazzo Venezia cosa diresti agli italiani?
“Non si può respirare: troppo inquinamento”. Poi, ricordandomi del precedente inquilino, aggiungerei…
Cosa?
“Anziché l’impero, mi accontenterei di una decente democrazia. E, anziché Vincere, mi accontenterei di pareggiare”.

Saturday, November 24, 2007

La velina di Gianfranzo
Della velina del badogliano, in realtà, non me ne può fregar di meno; tuttavia, siccome so che questo video lo fa andare su tutte le furie, lo pubblico al solo scopo di ribadire il mio disprezzo.

Thursday, November 22, 2007

Fini peggio di Follini.
Pronto l'accordo con Veltroni per prendersi Roma e lasciare alla sinistra il governo.

Ve lo ricordate il signore dei tranelli, il prode Follini, l'omuncolo che nell'ultimo anno del governo di cui era vicepremier (sic!) appariva ogni sera in tutti i tg e sosteneva che ci volesse discontinuità? Nessuno capiva cosa volesse: se il governo diceva bianco, a lui andava bene il nero; se c'era il nero, la discontinuità si qualificava con il bianco. Per un anno andò così. Fu proprio Follini ad imporre questa legge elettorale - con la precedente avremmo vinto le elezioni! - salvo poi, una volta approvata, contestarla e dire che non gli garbava. Se oggi il centrodestra è opposizione, lo dobbiamo a lui. Non si trattò di avventatezza, ma di un piano premeditato volto a lacerare la sua ex compagine politica e propedeutico al salto della quaglia. Oggi, infatti, Follini - benchè eletto nell'Udc (unione dei carcerati) - è nel partito democratico.

Ebbene, ciò premesso, diciamo pure che Gianfranzo si sta comportando allo stesso modo, anzi anche peggio del turpe pelatino. Ieri a Porta a Porta è stato squallido quanto il più infido vermilinguo. Uno dei tanti giornalisti rincoglioniti di Repubblica che la sera può deglutire solo pastina, Mario Pirani, ha sostenuto che Berlusconi farebbe il gioco della destra eversiva. Infatti l'annuncio della nascita del nuovo soggetto unitario del centrodestra è avvenuto a piazza San Babila, piazza storica - testuale - della "della eversiva eversiva" ed è stata appoggiata da subito dal partito xenofobo (sic!!!!!) di Storace. A queste farneticazioni, Gianfranco non ha risposto e - dimentico che i suoi leccapiedi più asserviti, i La Russa (Gasparri non si senta escluso..ndr), sono cresciuti proprio a San Babila - ha di fatto smentito sè stesso:

A) Fu in occasione della votazione alla camera del primo DPEF - che si approva entro il 30 giugno di ogni anno - del governo Prodi che Gianfranzo sostenne che bisognasse riformare la legge elettorale e andare poi subito al voto. Ebbene, ieri Berlusconi ha ripetuto la stessa cosa, ma Fini l'ha bollata come dichiarazione populista che non avrà seguito.

B) Fu proprio Gianfranzo a spingere, l'estate scorsa, per l'accelerazione nella creazione del partito unico del centrodestra. Ora dichiara che AN non è interessata a confluire nel nuovo partito di Berlusconi.

Sostanzialmente, Fini, con una serie di errori colossali, ha dimostrato di essere un leader miope e interessato a promuovere solo sè stesso. Sarà pure telegenico ma non ha le capacità per amministrare un condominio. Del resto, di lui Giano Accame - lo storico direttore del Secolo d'Italia - dice che "Fini è uno che non sa un cazzo, ma lo sa dire molto bene". Le ultime cantonate prese dal leader di An dimostrano che Accame ha ragione.

Tanto è vero che Fini, ora che è stato ingabbiato, ha deciso di giocarsi il suo jolly e incontrare Veltroni lunedì. Non lo farà certamente per raccontargli delle barzellette, ma discuterà di legge elettorale per non farsi tagliare fuori. Inoltre vorrebbe accordarsi con Uolter Cialtroni per lasciargli il governo e prendersi in cambio il Campidoglio, piazza verso cui Gianfranzo punta da tempo. Il novello Gano di Maganza, paladino di Carlo Magno, ha tradito nuovamente la propria patria svelando ai Saraceni il modo per cogliere di sorpresa a Roncisvalle la retroguardia guidata da Orlando. L'ha fatto per un piatto di lentecchie.

Indebolire, dunque, An per sottolineare il deficit di consenso che riscuote il capo a questo punto è d'obbligo. Gano, alle prossime elezioni, avrà la punizione che merita per il suo tradimento: sarà squartato vivo e i suoi resti bruciati e sparsi al vento!

Ai traditori non si concede degna sepoltura.

Tuesday, November 20, 2007

Gianfranzo, Gianfranza e le pessime frequentazioni.
E' stato il latitante Luciano Gaucci a presentare Elisabetta Tulliani a Gianfranco Fini: "Elisabetta, la mia ex, ha conosciuto Gianfranco Fini perché era un mio amico. Siamo stati insieme anche alla festa del centenario della Lazio nel 2000, eravamo seduti vicini, io, Elisabetta, Gianfranco e Daniela Fini. Ci siamo visti, sempre in quattro, in diverse occasioni. Mi onoro dell'amicizia del leader di An".
Attualmente Gaucci, latitante a Santo Domingo, è sposato in seconde nozze con una domenicana di 27 anni.