Showing posts with label articoli;. Show all posts
Showing posts with label articoli;. Show all posts

Tuesday, February 12, 2008

AN NEL PDL, il punto di Marcello De Angelis

Com’era prevedibile ricevo da ieri una telefonata ogni dieci minuti di amici che si dicono sorpresi, avviliti, sconcertati o anche solo stupiti della decisione di Fini di unire le forze con Berlusconi. Tutti dicono “la decisione di Fini”, a sottolineare che loro, quella decisione, non l’hanno presa, anche perché nessuno gli ha chiesto il parere. E sono, come in passato, disorientati, per la sempre presente paura di perdere se stessi. Frequento giornalisti che scrivono di politica da anni e so come lavorano. Li conosco di persona. Sono quasi tutti antifascisti, più o meno consapevoli, più o meno viscerali. C’è quello che ricordo dal collettivo del Tasso, l’altro del collettivo del Giulio Cesare. Un altro era del Pdup o di autonomia operaia, molti sono troppo giovani per aver preso parte alla stagione dell’odio e rimpiangono l’occasione persa e il fatto di non aver mai avuto una chiave inglese sulla quale mettere le tacche dei fascisti sprangati. Ci odiano e si fanno beffe di noi. Giocano con noi. Li sento chiacchierare e ridere, raccontandosi l’un l’altro cosa scriveranno, annunciando l’ennesimo strappo, la nuova svolta, usando parole come “abbandono”, “tradimento”, oppure le fanno dire al testimonial di loro scelta, il più anziano possibile, il più accorato, oppure una donna che ricorda i bei tempi che non torneranno, o qualcuno che vuol solo farsi pubblicità. Si dicono “vedrai domani che succede!” e ridono alle nostre spalle, perché giocano con noi come i bambini che mettono il fuoco ai formicai per guardare le povere bestioline che corrono su e giù prese dal panico. Alcuni non hanno fatto altro per dieci anni e ne godono con vero sadismo. Non scrivono sul Manifesto, ma sul Messaggero, sulla Stampa, sul Corriere della sera, su Repubblica, sull’Espresso, ma anche sul Giornale e su Panorama. Altri sono in Rai, molti lavorano a Mediaset e così ci sparano alle spalle, mentre i loro compagni ci sparano in faccia. A ben vedere scrivono sempre la stessa cosa, ci annunciano la Fine che si approssima, la nostra apocalisse dei significati, attraverso la scomparsa dei simboli, ci annunciano l’oblio. Ci annunciano ciò che auspicano da sempre e che auspicavano, frustrati e delusi, i loro fratelli maggiori, i loro genitori e in alcuni casi persino i loro nonni. La nostra estinzione sulla terra, con qualsiasi mezzo, e la cancellazione del nostro ricordo. Ma dinanzi alla nostra sopravvivenza, durata mezzo secolo malgrado tutto e malgrado tutti, all’odio s’è aggiunta l’invidia, il risentimento, perché chi ha tutte le armi per piegare alla propria volontà la verità ufficiale e la memoria collettiva, trema di terrore dinanzi a chi sopravvive solo grazie all’ostinato ricordo. E pensa: “cosa accadrebbe di me e del mio mondo, se questi cocciuti “memori di sé” avessero un giorno anche i mezzi che abbiamo noi? Cosa resterebbe di noi, dei loro nemici di sempre, se un giorno anche loro potessero avere il diritto di insegnare a scuola la loro storia, di farci dei film, di “socializzare” il loro ricordo?” E tremano e vogliono che non accada. Io non penso che un partito sia la mia storia. Penso che un partito sia un mezzo di trasporto, che si usa per fare il percorso necessario. Non potrei mai pensare che il mio sangue, i miei valori, i sogni di tutte le generazioni che mi hanno preceduto e le loro sofferenze, possano essere imprigionate in una cosa piccola e meschina come un partito. La mia casa è l’Italia e a volte nemmeno mi basta, voglio anche l’Europa e da lì voglio segnare il mondo. I miei martiri non sono morti per un partito – o per un simbolo di partito – né per una percentuale di voto, per un certo numero di seggi in più o per permettere ad uno – o a me! – di sedere su una poltrona. Chi fa appello al sangue, ai valori, alla “nostra storia” per farsene uno sgabello che lo avvicini al seggio è un miserabile infame. E purtroppo sono moltissimi, nascosti dietro parole d’ordine e simboli eterni. Basta ipocrisie, basta schizofrenie. Quando ero ragazzino c’erano quelli che per fare i nazisti giravano con la croce di ferro che avevano comprato su una bancarella a Portobello Road. Qualcuno aveva affrontato l’inferno del fronte russo per guadagnarsi quella medaglia e loro pensavano che bastassero le due sterline che avevano dato a un mercante armeno per ostentare la stessa gloria… Indossare la pelle del leone o del lupo può fare impressione ai paesani ignoranti, un lupo o un leone non ti scambia per uno dei suoi, anzi, ti riconosce e ti odia per lo scempio che fai ogni giorno della pelle di suo fratello. E ti vorrebbe uccidere. I miei morti stanno nel mio cuore e nella mia vita di tutti i giorni, non stanno seppelliti in una sede di partito. Il mio dovere non è “commemorarli”, perché le commemorazioni ti mettono in pace con te stesso e ti permettono di ricordare il tuo dovere solo una volta l’anno e fare nel resto dei giorni tutto lo schifo che ti pare. Io volevo morire per la Patria, ma non sono ancora morto. Vuol dire che la Patria da me pretende ancora qualcosa. La Patria, che è sopra ogni cosa e oggi sta morendo. La Patria che sta sopra ogni parte di essa: partiti, famiglie e individui. Sopra la Patria c’è solo Dio. Bisogna combattere per creare un mondo migliore per i propri figli o per preservare il mondo dei propri antenati? Tutt’e due. Ma bisogna capire che esistono solo il passato – che è andato via e non torna – e il futuro, che non è ancora arrivato. Il presente è un’illusione. Chi vive il passato nel presente è malato e si nega il futuro. Chi si ferma è perduto. Se avanzo seguitemi, se indietreggio sparatemi. Il fascismo non è mai ieri è sempre domani. Onorare i morti non è portare per sempre i loro corpi sulle spalle, ma dargli degna sepoltura perché siano liberi di andare oltre, nella loro corsa verso il cielo. Onorare i martiri significa arrivare lì dove loro erano diretti, non erigere una torre dove sono caduti e restarci in eterno. E per andare, più lontano e più veloce, si scende dalla diligenza per prendere il treno e giù dal treno per prendere l’aereo: i mezzi non sono sacri, lo è solo il fine. E il fine è salvare la Nazione e sconfiggere i suoi nemici. L’Italia è ancora da fare e soprattutto gli italiani. Io ho nostalgia di tutto, mi è difficile staccarmi da qualsiasi cosa. Ma le cose si muovono malgrado me e se resto fermo non servo a nulla. E una volta che mi sono preso delle responsabilità nei confronti di altro e di altri, che diritto ho a restare seduto a piangere sul passato che si allontana insieme alla gioventù e tutte le persone care che a poco a poco sono sempre di meno? Il dovere del soldato è vincere, non è morire nella battaglia disperata. Anche se a volte questo sembra più desiderabile. Il soldato deve battere il nemico, perché se invece cade, lascerà senza protezione la sua terra, la sua donna e i suoi figli e – peggio ancora – i figli degli altri – e avrà così guadagnato la gloria ma perso l’onore, perché il dovere del soldato è combattere per la Patria, non per acquisire una medaglia e l’ammirazione delle signorine. Io non posso stare un giorno senza combattere: per la Patria, per la sua salvezza e per il suo onore, che sono anche la salvezza dei miei figli e l’onore dei miei padri. Se il nemico usa i missili, io voglio i missili. Se hanno il nucleare, userò il nucleare. Chi va in giro vestito da cavaliere antico, o coperto di alamari, farà sicuramente più bella figura, ma in battaglia non serve a niente. Per sorprendere il nemico bisogna mimetizzarsi e coprirsi la faccia di fango. La vittoria, se non è solo per goderne in privato, è un dovere. Se è in gioco la sopravvivenza della Patria, la sconfitta non è un opzione accettabile. Se le cose cambiano e il mondo continua a girare e facciamo fatica a stargli dietro, possiamo e dobbiamo provare rabbia, ma non possiamo frignare e dire “basta, non gioco più”. Chi diserta perché il suo esercito ha modificato l’uniforme, non può poi andare a dire a quelli che continuano a combattere che il vero eroe è lui…

Friday, February 01, 2008

ACCA LARENTIA, UN RICORDO SENZA “SIGLE”
Marcello De Angelis

Cari amici, anzi, camerati. Non mi rivolgo a quelli che ti si avvicinano brandendo il telefonino e ti dicono “a Marce’, ce l’hai il coraggio di farti una foto con noi col saluto romano?”. Mi rivolgo a “quelli che c’erano” e - ognuno secondo la sorte - hanno avuto il coraggio, in un momento o in un altro, di affrontare ben altri rischi. Parlo di tutti quelli che - oggi distribuiti sotto varie sigle o allontanati dalla politica attiva - a un certo punto della loro vita hanno sofferto, sanguinato e pianto, per tenere alta la bandiera che mille altri avevano lasciato nel fango o non avevano il coraggio di abbracciare. Mi riferisco a tempi - è ovvio - in cui non c’era nulla da guadagnare, se non qualche punto di sutura e giorni di carcere e/o ospedale. Sono quelli che hanno portato le croci, ma anche le bare, e hanno perso in prima persona amici, parenti, persone care. Quelli che la sofferenza per quelle perdite la portano dentro e quasi hanno pudore di parlarne, soprattutto quando quei nomi, quei fatti, quel dolore, vengono fatti propri da altre persone, magari solo per farsene portavoce agli occhi del vasto pubblico. Non è bello farsi vanto della propria sofferenza, ma sicuramente lo è ancor meno - essendo stati risparmiati dal dolore della perdita - cercare di farsi vanto o acquisire credito strumentalizzando la sofferenza altrui.

Come si può sopportare che persone che - mentre altri sceglievano la via senza uscita e senza profitto della testimonianza e dell’orgoglio - avevano l’intelligenza di costruirsi il proprio posto nella società che ci combatteva e noi combattevamo, che festeggiava ai party e nelle discoteche mentre noi eravamo in cella, che cercava di soddisfare la propria autostima con i bei vestiti, le amicizie miliardarie o quella dei potenti, possa oggi - e sempre con maggior clamore - farsi portavoce della nostra anima e della nostra memoria?

La peggiore sofferenza che io ricordi era la frustrazione di dover sempre leggere il nostro ritratto scritto da qualcun altro. Ricordate la rabbia, nel leggere gli articoli che parlavano di noi sui quotidiani e sui rotocalchi descrivendoci come noi assolutamente non eravamo? E ancora peggio le interviste - spesso inventate - a nostri “rappresentanti” che davano voce a tutto ciò che i nostri nemici dicevano di noi, corroborando l’immagine che volevano cucirci addosso? E i libri che spiegavano al mondo, con serietà accademica, la nostra satanica ideologia che portava inevitabilmente al genocidio, alla strage, allo stupro? Noi dicevano “no, questi non siamo noi! Noi siamo l’opposto di tutto questo!”. Ma potevamo dircelo solo tra noi, perché chi possedeva il potere di “far sapere le cose” non aveva nessun interesse che si conoscesse l’esistenza della nostra realtà, perché non era funzionale agli equilibri di quel potere che si reggeva su un patto che aveva nell’antifascismo il suo collante e aveva dunque bisogno che, agli occhi di tutti, i fascisti fossero come li ritraeva la Repubblica. E noi non avevamo voce.

E oggi che quell’argine è crollato e definirsi di destra non conduce più alle celle dell’inquisizione o al rigetto sociale, non è accaduto affatto che sia concesso a noi di dire com’è realmente questa destra. Ci pensano sempre comunque gli altri, quelli che prima di destra non erano e quindi avevano il diritto di parlare e che poi, per il rimescolarsi delle carte, non essendo più a sinistra, hanno dovuto ritagliarsi un ruolo che li mantenesse comunque alla ribalta, creando una destra che è a loro immagine e somiglianza, rubandoci la nostra lingua per esprimere l’identità loro, che prima raccontavano invece con le parole dei nostri nemici.

«Quei ragazzi non sono morti per il Ppe» si sente dire. O per dirla con una canzone della Compagnia, non sono morti certo gridando “viva il libero mercato!”. Ma erano anche ragazzi che chiamavano Oriana Fallaci “Oriana Lefeci” e facevano vignette offensive nei suoi confronti. Adesso che grazie ad una operazione mediatica nemmeno tanto sofisticata è lei che è diventata l’ideologo della destra italiana - spazzando via tutti quelli che ci avevano formato dalla fine dell’ottocento fino agli anni Ottanta - ve lo ricordate il perché di tanta antipatia?

Forse perché su di noi - e contro di noi - scriveva esattamente le medesime cose che ha scritto nei suoi ultimi libri, sostituendo appena poche parole (“identità dell’occidente” ad “antifascismo”, “valori della democrazia” a “valori della costituzione”…) e riciclando tutta la sua verve distruttiva spostando la mira con l’aggiunta di sole tre sillabe: “is-la-mo”. Il nemico da distruggere, per tutta la sua vita era stato il “fascista”, negli ultimi mesi della sua esistenza si è trasformato in un più attuale “islamo-fascista”, ma nel suo mirino c’eravamo comunque anche noi. Ma solamente noi, non i suoi amici di allora che nel frattempo si sono proclamati portavoce della destra. Loro sì - e per forza di cose! - di una destra che deve essere anti-fascista, perché si vuole rappresentata in prima persona da gente che è stata sempre ed è coerentemente antifascista. Oggi per loro il nuovo Hitler non è Freda, ma Ahmadinejad, i “nazisti” sono quelli di Hamas e gli “squadristi” sono gli hezbollah. E i “fascisti” sono i mussulmani, salvo quelli che, come accadeva per noi negli anni Settanta, si dichiarano pentiti e scrivono il loro Memorie di un picchiatore fascista per confermare, con l’autorevolezza del correo, tutte le accuse che il tribunale dell’inquisizione sostiene contro i suoi ex-confratelli. Ci siamo già passati, come fate a non comprendere il gioco?

Ma sia, se qualcuno preferisce come proprio “portaparola” chi invece delle cicatrici delle coltellate e delle sprangate ha quelle della chirurgia estetica, è padronissimo di farlo. Chi vuole continuare a fare il militante di base per permettere di restare sulla poltrona a qualcuno che, avendo litigato con quelli con cui andava a braccetto ieri, oggi potrebbe non avercela più garantita, faccia pure. In fin dei conti - per chi ha combattuto davvero - si tratta solo di sigle. Sono liste elettorali, non legioni. “Loghi” creati da studi pubblicitari, non “bandiere di sangue”…

Ma i morti, per favore, non lasciamoglieli sfruttare. Voi che avete pianto a un funerale, ovunque siate oggi collocati, non potete veramente accettare che questo accada. Anche se significa spostare dieci voti sulla vostra lista, o sulla mia, o su quella del terzo vecchio amico che si è fatto una lista per conto suo. Che il sacro resti sacro, l’oro resti oro, non diventi cartamoneta.

Quando nel 1988, nell’anniversario della morte di mio fratello, due gruppi rivali fecero un diverso manifesto commemorativo coprendoselo a vicenda e venendo alle mani in conseguenza della reciproca rivendicazione di proprietà su quel ragazzo morto, decidemmo che fosse più dignitoso, da allora in poi, ricordarlo in privato e in silenzio. Questo non ha impedito, in anni recenti, che qualcuno avesse la trovata di riutilizzare il suo nome in occasione degli anniversari, facendo dei manifesti con addirittura in calce il proprio indirizzo… E a nulla valsero le richieste cortesi di rispettare un nostro familiare, perché il suo primo pensiero fu che noi volessimo “privatizzarlo” per sfruttarlo a fini politici della nostra persona…
Questo è dove siamo arrivati. Per favore, fermiamoci.


Marcello de Angelis

Friday, January 11, 2008

LEGA PER LA PROTEZIONE DEI RIBBBBELLI
Per la Fondazione del RivoluzionArci
A Cura dello Scemo del Villaggio Globale


Basta! Non se ne può più. Basta con le discriminazione contro i rivoluzionari, basta con le sedi umide, gli scantinati clandestini, i manifesti a rotolini. Basta, anche noi rivoluzionari abbiamo i nostri diritti.

Vi sembra giusto che i rivoluzionari non possano, non dico farsi una guerra in santa pace, ma almeno complottare senza godere neanche del lusso di essere spiati? E'mai possibile che debbono essere spiati i politici borghesi, i finanzieri, i corrotti, cioè quelli che il potere lo hanno già e noi no? Dove sono quelle belle persecuzioni politiche di una volta, i grandi ideali che cambiano il mondo, il popolo armato della rivoluzione, l’ira dei giusti? E' mai possibile che siamo costretti a lottare per cose semplici come l’aria pulita e il cibo sano? Ma a che punto ci siamo ridotti? Noi vogliamo rispetto, lo stato ci deve temere, ci deve temere per legge! Non è giusto, dopo anni di convivenza complottistica, i rivoluzionari che si separano, debbano veder riconosciti i propri diritti! Noi dobbiamo far valere i nostri diritti per città a nostra misura, noi vogliamo i vicoli stretti per le barricate, sedi per convegni con accessi liberi dalle auto in sosta, strade con sampietrini a facile asportazione. Il diritto a non avere diritti.

Che mai più si debbano sentire quelle odiose frasi: “ma chi te lo fa fare”, “tanto non cambia niente”, “hai famiglia…pensa a te!”. Noi rivendichiamo tutta la nostra volontà di non pensare agli altri: sono gli altri che ORA devono pensare a noi! Dopo il telefono azzurrino per il padre picchiato dal bambino e dopo il telefono marrone per il precario picchiato da padrone, noi istituiamo il telefono fucsia, per il rivoluzionario che nessuno si fruscia. E sapete quante telefonate arriveranno? Tante, mi sembra già di ascoltarle: “Sono stato licenziato in tronco, perché non solo volevo il posto, ma volevo pure lavorare”, “ Mio marito mi ha lasciato perché non guardo le fiction”, “Ho scoperto da poco che questo mondo non mi piace, ma non so come dirlo ai miei genitori?”, “A scuola mi prendono in giro, perché non so cos’è la Play Station”. “Da anni penso che questo mondo non sia il migliore possibile, ma non so come spiegarlo ai miei figli”. “Pronto scusatemi, sono assessore alla regione Campania, ma non riesco né a rubare né sono iscritto a nessuna cooperativa o banca, potete aiutarmi?”, “salve sono foggiano ed evoliano, sono normale?” Perché si sappia, il rivoluzionario non ha deciso di esserlo, è nato rivoluzionario: cambia solo il quando e il come, se ne rende conto. Non gli si può chiedere di negare la propria natura, di vergognarsi d’essere quello che è, di violentare la propria generosità. E non si affermi che abbiamo handicap economici, noi siamo solo diversamente finalizzati. Al grido; “La rivoluzione è mia e la gestisco io”, noi organizzeremo il “Rivolta Pride”: la festa dell’orgoglio rivoluzionario.

E poi vogliamo scuole “NormoIdeali”, con ore dedicate all’educazione rivoluzionaria. Vogliamo spiegarlo ai bambini che l’idealista non è quello che ha l’idea fissa della lista? Che le mele non crescono nei supermercati, che l’usura non è un lavoro e che quindi i banchieri sono a tutti gli effetti dei disoccupati organizzati, ma organizzati bene. Che l’ambiente non appartiene solo a noi e che il “dio denaro” prende solo sacerdoti a prestito e offerte a rate (i sacrifici umani, solo nel rito del sabato sera e sull’altare dell’alta velocità).

Basta con i libri sui rivoluzionari, come se fossimo tutti morti. Basta con gli odiosi spargimenti di pace a suon di morte, basta con la noia della liberal democrazia tutto individualismo e basta. Basta! Esprimiamo piena solidarietà a tutti i rivoluzionari che NON si sono visti vietare il diritto d’opinione e di revisionismo. Le discriminazioni borghesi fra rivoluzionari non ci divideranno: non accetteremo discriminazioni fra i rivoluzionari basate sulle scelte ideali vecchie di secoli. Che a tutti i rivoluzionari vengano riconosciuti gli stessi diritti e prigioni. Basta col buonismo accattone. A prescindere dalla rivoluzione predicata tutti i rivoluzionari sono uguali, perché l’importante è il fine (la rivoluzione) non il mezzo (l’idea su cui si basa la rivoluzione). Basta con la dittatura economica, l’oscurantismo della finanza, l’arretratezza delle privatizzazioni. Basta con le telecamere per la sicurezza (la loro): noi vogliamo la sana insicurezza del vivere, un’ardimentosa calma rivoluzionaria, al massimo la “pace Olimpica”, non la pace dei sensi. Noi vogliamo il DIRITTO a cambiare il Mondo e mai più vogliamo ascoltare le parole che ci hanno detto alla cassa: “Ci spiace, lei è fuori garanzia!”
Nando Dicè

Monday, August 13, 2007

Pazzi di democrazia.
Intervista a Massimo Fini

Se c’è una convinzione tutta occidentale che domina i nostri tempi è quella che il raggiungimento della democrazia sia l’ultima tappa di un lunghissimo processo politico che parte dall’origine dell’uomo fino ai giorni nostri. La democrazia per l’occidente, per noi, è il Bene assoluto e come tale va esportato in tutto il mondo. Massimo Fini, giornalista e pensatore, ha scritto su questo tema un libro, “Sudditi” (Marsilio, 2004). Partendo dal presupposto sopra citato e costatando nel pensiero di Francis Fukuyama, ma non solo, il sintomo filosofico di tale credenza (“La fine della storia e l’ultimo uomo”, Rizzoli, 1996) Fini demolisce questa convinzione, dimostrando come quella che noi chiamiamo democrazia in realtà non sia altro che un sistema di oligarchie politiche guidate da interessi economici e noi, più che liberi elettori, siamo sudditi di tale sistema, sistema che ci vede come i suoi più pazzi sostenitori. Parlare con Fini di democrazia significa anche parlare di capitalismo, identità, culture a confronto, e di tutti i problemi collegati a questi concetti. “Sudditi”, grazie all’apporto del regista Edoardo Fiorillo, è diventato anche uno spettacolo teatrale, “Cyrano se vi pare”, con protagonista lo stesso Fini e una compagnia di attori, che è in questi mesi in giro per l’Italia.

Sull’onda di Francis Fukuyama, le potenze occidentali pensano che la storia dell’uomo finirà quando l’intero pianeta sarà stabilmente e totalmente democratico. E’ realizzabile, e al limite auspicabile, questa possibilità? Se sì, a che prezzo?

Il tentativo occidentale, e soprattutto americano, di esportare il proprio sistema politico-economico è senz’altro realizzabile e con le buone o le cattive avverrà: prima in Afghanistan, ora in Iraq, poi sarà la volta dell’Iran, e via seguendo. Gli stati occidentali hanno le possibilità per farlo, ma un fatto di questo genere non può che fare crescere in modo esponenziale il terrorismo, anche perché di fronte a potenze così armate, come lo sono quelle occidentali che aggrediscono e pretendono di imporre senza mezzi termini la loro cultura ad un’altra, l’unica risposta può essere il terrorismo. In più, non appena tutto il mondo sarà stato democraticizzato e sottoposto al nostro sistema economico, quando cioè la predizione di Fukuyama si sarà avverata, il sistema imploderà su sé stesso generando un’immane catastrofe. Non è una novità, è sempre successo con i sistemi totalizzanti, si pensi all’Unione Sovietica, all’Impero Romano. L’Impero Romano aveva appena finito di conquistare tutto il mondo allora conosciuto e si sgretolò in brevissimo tempo. In realtà quello che si dovrebbe fare, ma che non si farà, è proprio il processo contrario, cioè di ritornare a dimensioni più limitate.
Questo processo di globalizzazione della democrazia e del capitalismo, oltre a fomentare il terrorismo, favorisce anche le immigrazioni di massa. Quei paesi che noi chiamiamo terzomondisti un tempo non erano tali, sono stati destrutturati sia economicamente che socialmente dall’invasione occidentale, che li ha obbligati ad abbandonare le loro economie di sussistenza (dove il livello di vita non era come il nostro ma la gente non moriva di fame) a favore delle esportazioni e del mercato globale, che però non sono sufficienti a colmare il deficit alimentare che si viene a creare.

Del resto l’Africa fino al 1960 era alimentarmene autosufficiente, potrà sembrare strano ma è così.

Le emigrazioni esistevano anche nel secolo scorso, due secoli fa, ma non c’erano neri del Mali o del Senegal che venivano spontaneamente in Europa. Andavamo a prenderli noi per schiavizzarli. Senza contare che le emigrazioni odierne, inserite nel sistema globalizzato e gestite come oggi vediamo dall’occidente, innescano un’altra iniqua ferocità: il capitale può muoversi dove gli pare per cercare la remunerazione più alta, l’uomo no, viene bloccato alle frontiere. Quindi la nostra è una globalizzazione incoerente, ed è incoerente anche per un altro motivo: fermo restando che la diffusione globale del nostro modello politico-economico vuole conservare l’identità che ad esso appartiene, cioè la nostra di uomini occidentali, questa conservazione passa anche attraverso il rispetto dell’identità altrui e non attraverso la sopraffazione delle armi e del potere. Se non si vuole l’immigrazione, se si vuole conservare questa cultura, non bisogna andare ad esportare il nostro modello di vita, le nostre fabbriche, il nostro “sviluppo” altrove, magari imponendoli e pagando la gente di quei luoghi in moneta povera e inutile. Così l’immigrazione è inevitabile e il terrorismo trova consensi. In ambito politico sono pochi i partiti che segnalano al popolo queste profonde incoerenze: penso in Francia alla destra radicale di Le Pen che dice no all’immigrazione ma contemporaneamente dice no al fatto che si vadano a mettere delle fabbriche puzzolenti in Tunisia o in Marocco. Altro discorso quello dei Radicali italiani, con cui mi trovo completamente in contrasto ma di cui riconosco la coerenza: per loro globalizzazione è globalizzazione di tutto, uomini e capitali.

Tanto più che si può essere dubbiosi sull’assoluta efficienza di un sistema politico come quello democratico che ha meno di due secoli alle spalle.

Infatti. La democrazia s’è autoinvestita di una sorta di universalismo eterno che è assolutamente ridicolo alla luce della storia. Ci sono stati sistemi che sono durati mille anni e passa e che sembravano indistruttibili, ma poi sono caduti. Questa sarà anche la sorte della democrazia. Sembra di risentire le follie di Hitler del Reich per i mille anni. Purtroppo succede sempre la stessa cosa: una volta sconfitti i totalitarismi del novecento, cioè nazismo e comunismo, la democrazia si comporta esattamente come loro. E siamo da capo, ma con qualcosa di peggio perchè il nazismo si presentava con la sua faccia esplicitamente feroce, senza ambiguità, mentre la democrazia è estremamente subdola. Ed è la cosa che a me personalmente dà più fastidio. Quando ero ragazzo pensavo la stessa cosa della Santa Inquisizione, che torturava, metteva cunei tra le dita dei piedi, faceva ingoiare qualsivoglia cosa e aveva la presunzione di fare tutto ciò per il bene dell’inquisito. E’ intollerabile. Ma questa è la democrazia oggi, ed è una situazione drammatica perché, come sempre, l’idea iniziale è il contrario: si è partiti all’insegna della tolleranza e del rispetto delle pluralità, si è arrivati oggi a considerare tutto ciò che non è democratico come Male. Una cellula molto vitale, se diviene troppo vitale, si trasforma facilmente in tumore. Così anche la cosa più bella e giusta, portata all’estremizzazione, diventa un errore: il nostro errore è di essere pazzi di democrazia. Non sappiamo più accettare l’altro da noi, che è la forma più totalitaria dei totalitarismi. Al massimo accettiamo l’altro nella misura in cui si omologa a noi. Abbiamo dimenticato due colonne portanti della cultura illuminista da cui deriviamo e da cui dovrebbe derivare la nostra idea di democrazia: la prima è “la ragione dubita di tutto anche di se stessa”; la seconda, di Voltaire, è “non sono d’accordo con ciò che tu dici ma lo difenderò fino all’ultimo”.

I nostri ultimi rapporti con l’Islam in questo senso sono sintomatici.

Nel caso dell’Islam, al di là del fatto che è giusto difendersi da una cultura aggressiva, ci va bene solo l’Islam moderato e ci arroghiamo il diritto di intervenire su quello più estremista. Non sto dicendo che non sia giusto che la donna abbia pari diritti dell’uomo, ma che questa svolta, se necessaria per gli uomini e le donne interni a quella cultura, deve essere promossa da loro, non da noi che veniamo da chissà dove e che così facendo distruggiamo tutto. Anche per questo sono convinto che Safiya non andava salvata. Ogni nostro intervento esterno, da “Arrivano i nostri!”, su una cultura differente magari salva una vita ma peggiora complessivamente la situazione. Una ventina di anni fa in Sierra Leone fu trovata una bambina dell’apparente età di dieci o undici anni che viveva con le scimmie, fu presa, portata in un ospedale sovietico e rieducata. E’ successo che questa bambina è diventata come handicappata. Scrissi un pezzo su “Il giorno” che chiudeva così: “meglio bimba fra le scimmia che scimmia fra gli uomini”. Quella bambina andava rispettata per ciò che la sua straordinaria e stranissima storia l’aveva resa. Inserirsi così violentemente su una cosa di questo genere, anche con le migliori intenzioni, aveva portato un danno maggiore. Quella bambina avrebbe vissuto a suo modo certamente più felice tra le scimmie che handicappata in un ospedale.

Questa “euforia interventista” sulle culture altrui ha avuto qualche riscontro anche in Italia. Alcuni mesi fa il dott. Omar Abdulkadir dell’ospedale Carreggi di Firenze ricevette parecchie critiche per aver trovato un metodo alternativo a quello dell’infibulazione che fosse meno rischioso per la donna …

Innanzitutto bisognerebbe chiedersi perché le donne che vengono qui in Italia continuano a sottostare all’infibulazione. L’infibulazione non è una pratica islamica, ma africana, e nasce da una cosmogonia di quei luoghi che noi non conosciamo affatto e che per certi aspetti intuisce quello che Freud scoprirà nel novecento. In questa cosmogonia si ritiene che uomo e donna nascano con un sesso diverso ma che siano dal punto di vista psicologico tanto maschili quanto femminili. Bisogna che l’individuo abbia, anche psicologicamente, un’identità precisa, allora viene messa in atto una pratica che individua nel prepuzio il principio femminile del maschio, e da qui la circoncisione, e nel clitoride il principio maschile della femmina, e da qui l’infibulazione. Si tenga presente che, come ha spiegato da Vespa alcuni mesi fa la sessuologa Alessandra Graziotin, l’infibulazione non ha alcuna conseguenza né sul piacere né sulla riproduzione, come la circoncisione. Cancellare questa pratica vorrebbe dire annientare una parte importante della loro identità. Quindi bisogna sapere cosa si sta facendo quando si va lì a dettare la morale come fa una delle tante Emma Bonino di turno.

Ma i contrari all’infibulazione dicono che questa pratica porta alla morte…

Il fatto che muoiano d’infezione non è un aspetto culturale, ma solo che le operazioni vengono fatte male. Per quanto riguarda il metodo di questo medico eritreo penso sia un modo pragmatico di affrontare il problema, molto intelligente visto che l’infibulazione qui viene praticata clandestinamente, con tutti i guai che la cosa comporta. Io però sono anche convito di un’altra cosa: se tu vieni in un paese, come l’Italia, dove atti di mutilazione del proprio corpo non sono possibili, tu rispetti le nostre leggi e le nostre usanze come noi venendo da te dovremmo rispettare le tue. Effettivamente, vista dall’esterno, non si capisce bene che senso abbia continuare a praticare l’infibulazione con rischi così alti per la vita ma, ripeto, per certe etnie africane un senso questa cosa ce l’ha. Per capire le origini del fenomeno consiglio di leggere il “Dio d’acqua” (di Marcel Griaule, Garzanti, 1972, ndr), che parla della cosmogonia del popolo Dogon. E’ una cosmogonia di una raffinatezza straordinaria, altro che quella cristiana. Tutte le culture africane, nonostante l’oralità che potrebbe fare pensare il contrario, sono straordinarie, raffinatissime. E noi in questa raffinatezza ci inseriamo con la delicatezza del bulldozer. Basta pensare che definiamo questi popoli, con un atteggiamento di subdolo disprezzo, “popoli primitivi”, mentre in tedesco il corrispettivo, più rispettoso, del nostro termine è “popoli della natura”. Bisogna studiare le culture altrui prima di metterci il becco, altrimenti si distruggono e basta, questa cosa è già accaduta troppe volte. Infatti la cultura africana, rispetto alla nostra, è profondamente diversa. Non c’è mai stata in Africa una guerra di religione per la semplice buona ragione che loro non hanno religioni monoteiste, non hanno al limite neanche degli dei, ma spiritualizzano la natura, spiritualizzando la materia laddove noi materializziamo anche l’uomo. E anche se non può sembrare, la storia dell’Africa è una storia di conciliazioni, nonostante ci siano migliaia di etnie. Ricordo di essere stato trentacinque anni fa a Nairobi ad una convenzione sullo svolgersi delle guerre in Africa dove c’erano i maggiori capi di stato del continente. Ne venne fuori che fino ad allora le guerre nella millenaria storia del continente erano state una cosa ridicola, non solo in senso relativo rispetto a quello che abbiamo combinato noi, ma anche in senso assoluto. Solo negli ultimi anni siamo arrivati noi ed è cambiato tutto. Per dirla con un aneddoto: mi ricordo che venne un capo di una piccola tribù, non ricordo quale precisamente, e disse: “Anche da noi c’è stata una guerra, una guerra terrificante, tremenda, una cosa terribile, poi un giorno vicino a un pozzo c’è scappato il morto ed è finito tutto subito”. Solo questo esempio dovrebbe fare capire cos’è realmente la cultura africana e quanto è diversa dalla nostra.

Tornando all’esportazione della democrazia, si nota come questa avvenga inscindibilmente a quella del modello economico capitalista. Perché la democrazia è il sistema politico più adatto al capitalismo?
Funzionano insieme perché la democrazia non essendo affatto democrazia ma un sistema di oligarchie politiche asservite a forti interessi economici dà mano libera alle multinazionali e al capitalismo. Noi siamo solamente una massa di manovra che segue i dettami di questi due mostri che operano in simbiosi. Siamo inglobati in essi così come tutto il resto. Vi è inglobata la religione: alcuni anni fa un improvviso bisogno di spiritualità venne tradotto in azione commerciale e nacque la New Age; vi è inglobata la cultura: trovo assurdo che i quotidiani alleghino settimanalmente dei grandi capolavori della letteratura. “Anna Karenina” non te la possono dare servita su un piatto, ci devi arrivare da solo. Anche la cultura, cioè il nostro modo di essere, il nostro strumento di interpretazione delle cose che ci accadono intorno, è diventata consumo. Noi non siamo elettori, ma consumatori e basta. Che cosa cambia allora se in America vince Bush o Kerry? Nulla. Il sistema continuerà ad occultare la verità delle cose permettendo a questo meccanismo produttivo di andare come e dove vuole, con la legittimazione della grande insegna del Bene della democrazia.

Così destra e sinistra, allora, perdono il loro significato…
Certamente. Soprattutto se aggiungiamo il fatto che liberalismo e marxismo sono figli entrambi della rivoluzione industriale e dell’illuminismo, e che pongono il lavoro come “motore immobile” della loro idea di società. Sono solamente due diverse interpretazioni di un modello sociale che non viene mai negato nei suoi due punti chiave. Questo è il pensiero unico del nostro tempo, non esiste nulla al di fuori di questa medaglia a due facce e queste due facce non possono e non riescono a negare le loro origini nel pensiero e nella storia moderni. Anche i più grandi critici del mondo moderno come Habermas, Marcuse e soprattutto Adorno, tutti figli dell’illuminismo, pur arrivando all’estremo limite della critica alla modernità non si spinsero mai oltre. Così facendo avrebbero negato in un qualche modo loro stessi.

Ma anche come sistema politico nel suo interno, la democrazia presenta parecchie contraddizioni e imperfezioni. Ad esempio la partecipazione dell’elettore è limitata alla scelta di un candidato oligarchicamente imposto che spesso e volentieri è privo di carisma ma non privo di mediocrità.

Il popolo decide solo da chi vuole essere schiacciato. Fassino o Berlusconi non cambia tanto, anche se da par suo Berlusconi è particolarmente criminale.
Quello che è certo è che il candidato da votare non è direttamente scelto dal popolo ma imposto a priori da un’oligarchia politica che chiamiamo partito, controllata e diretta da poteri e interessi economici.
In questo modo viene negato uno dei presupposti fondamentali della democrazia: che, almeno in partenza e almeno nell’unico momento in cui partecipa realmente al processo decisionale ed esercita quel potere che è formalmente suo, il cittadino sia messo su un piede di parità con tutti gli altri. Circa la mediocrità degli uomini di potere, la democrazia nelle sue premesse sconta che i governanti possano essere mediocri proprio perché è un sistema antitetico a quello carismatico, perchè il carisma porta al potere dittatoriale.
La democrazia accetta questo rischio: tutto bene se la democrazia fosse veramente democrazia, ma trattandosi di oligarchie e aristocrazie, se sono all’insegna della mediocrità il tutto non funziona più! È questo il punto: non faccio carico alla democrazia di produrre mediocri, faccio carico a una aristocrazia mascherata di essere mediocre. E le aristocrazie passate, che tali si definivano senza maschere di sorta, avevano spesso e volentieri qualità specifiche: i nobili feudatari erano coloro che sapevano portare le armi e difendevano il popolo, in Cina la conoscenza dei molteplici e diversi caratteri della scrittura era la chiave di appartenenza alla casta dei mandarini. Chi invece appartiene alle oligarchie democratiche non ha qualità specifiche o elementi di distinzione se non quello di fare politica. La mediocrità dei nostri politici non fa altro che schiacciare l’individuo singolo. Il cittadino, che sarebbe l’elemento ideale in un sistema democratico, in quanto singolo e individualista, diventa invece la vittima designata. A questo proposito c’è una frase di Catilina che può essere efficacemente trasportata al giorno d’oggi: “Ora che il governo della Repubblica è caduto nel pieno arbitrio di pochi prepotenti… noi altri tutti, valorosi, valenti, nobili e plebei, non fummo che volgo, senza considerazione senza autorità, schiavi di coloro cui faremmo paura sol che la Repubblica esistesse davvero”. Se a “repubblica” sostituisci “democrazia” hai la stessa cosa: il singolo individuo che il sistema liberale voleva valorizzare, che il sistema della democrazia voleva rappresentare, sente alla fin fine di non contare niente. Abbiamo iniziato una guerra contro l’Iraq e nessuno ci ha chiesto niente. Almeno Mussolini doveva presentarsi a Palazzo Venezia e fare un discorso per dire che s’era dichiarata una guerra, e c’era della gente sotto che, se non poteva contestarlo, almeno poteva ascoltarlo. Siamo arrivati al punto che la guerra, l’evento più tragico e fondante della vita di un popolo, si decide senza chiedere il parere dei cittadini. Siamo al paradosso dei paradossi, e questo è solo l’esempio più eclatante.

In “Sudditi” lei individua sette punti basilari perché un sistema politico venga chiamato democrazia e nota come nessuno di questi sette venga rispettato…

Bastano i primi tre punti a dimostrare quanto sia subdolo l’attuale sistema democratico. Primo: “Il voto deve essere uguale”. In realtà il voto non è uguale, basta andarsi a leggere cosa affermava nei primi del novecento Gaetano Mosca della scuola elitista: “Cento che agiscano sempre di concerto e di intesa gli uni con gli altri trionferanno su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra loro”. Secondo: “Il voto deve essere libero”. Ma il voto non è libero: prima della decisione del singolo elettore c’è quella dell’oligarchia politica che impone un candidato, c’è il maggioritario e, ancora di più, c’è tutta l’opera di convincimento degli organi di informazione che sono totalmente sottomessi ad un partito piuttosto che ad un altro. Con questi presupposti si capisce come il terzo punto, “I governati devono essere in grado di esercitare un controllo sull’attività e sulle decisioni dei governanti”, sia allo stato attuale delle cose una pura fantasia.

Oltre a tutto questo la formula capitalismo più democrazia, eletta da tutti come sommo Bene, non sembra sia in grado di fare stare bene ai propri cittadini…

Parliamo solo per un attimo di statistiche. Nell’Europa del 1650, data che possiamo prendere come inizio della rivoluzione industriale, i suicidi erano il 2.5 per 100 mila abitanti. Nel 1850 si erano già triplicati, il 6.8, verso la fine del ventesimo secolo si sono addirittura decuplicati, andando oltre il 20 per 100 mila abitanti. Aggiungiamo che l’alcolismo di massa ha inizio con la rivoluzione industriale, che le malattie mentali, la depressione, la nevrosi, scarsissimi nel mondo pre-industriale, sono diventate un problema sociale fino alla prima metà del novecento, tanto da generare la psicoanalisi; aggiungiamo che oggi negli Stati Uniti 566 americani su mille fanno uso di psicofarmaci.
Questo perché? Perché con la rivoluzione industriale si è passati da una società nella quale le leggi economiche erano in buona misura sottomesse alle esigenze e agli scopi della comunità umana a un’altra nella quale le leggi cieche dell’economia prendono il sopravvento.
Questo avviene sempre più intensamente, perché il sistema capitalistico ha bisogno di un numero sempre maggiore di consumatori, che siamo noi, in modo da aumentare sempre di più la produzione di beni. In Africa, ad esempio, ci sono campi molto ben coltivati, ma solo a metà. La differenza tra il bianco e il nero è che il nero coltiva il campo quanto basta, il bianco lo coltiva tutto. Questo me lo disse, mi ricordo, quando ero in Sudafrica, un biologo inglese che mi accompagnava e che era lì da tempo. Senza saperlo con quella frase centrò quello che è lo spirito del capitalismo. Non ci si accontenta di ciò che si ha e poi si va a spasso con la propria ragazza invece di lavorare il doppio del necessario. No, bisogna ottimizzare sempre: è la logica nostra dell’occidente, della rivoluzione industriale. E questo che ho detto riguarda solo la parte economica del nostro sistema. Per quanto riguarda la parte politica, cioè la democrazia, è sufficiente sentire il senso di frustrazione che si prova nel vivere schiacciati da un sistema politico che, mentre ti promette di governare perché “ la democrazia è il governo-del-popolo”, schiaccia qualsiasi tuo potere decisionale. Non ho trovato neanche nel più lurido tugurio del Mali la disperazione e la nevrosi che è possibile trovare qui in occidente.

Ma non è finita qui. Ancora in “Sudditi” lei paragona il mondo occidentale ad un treno che va ad ottocento all’ora, senza macchinista. In questo treno uomini di destra e sinistra stanno seduti sulle stesse carrozze. L’unica cosa che cambia è la classe, ma tutti indistintamente andranno un giorno o l’altro a schiantarsi…

Tra i primi a dare l’allarme dello schianto del treno ci furono quelli del Club di Roma di Aurelio Peccei, tutti scienziati di prim’ordine, con un libro-documento dal titolo “I limiti dello sviluppo”, era il 1972. Previdero che saremmo arrivati ad esaurire le fonti di energia disponibili nel giro di qualche decennio, esaurimento che ci avrebbe finalmente costretto a ripensare il nostro modo di vivere e a cambiare strada. Sbagliarono la previsione, ma non la sostanza. Infatti il loro non era un discorso meramente tecnico, ma anche etico, razionale. Si chiedevano se questo modo di vivere ci assicurasse davvero una vita più serena e bella o era solamente un suicidio; notavano come lo sviluppo del nostro modello economico industriale, pur essendo guidato da paesi che si definiscono ancora oggi democratici, avveniva sempre con maggiore intensità ma senza il parere di chi quel modello lo viveva e subiva, cioè noi. Perché il problema di fondo non è solo tecnico. La soluzione non è quella di Rifkin: sostituire l’idrogeno al petrolio rimanderebbe ad altro tempo il problema. La soluzione deve essere etica prima che tecnologica.

E’ possibile fare una previsione dello schianto del treno?

Non è possibile prevederlo logicamente, ma si può dire che questo treno deve aumentare sempre la velocità per propria dinamica interna. Ho già fatto l’esempio dell’Unione Sovietica che è crollata velocemente, in quattro o cinque anni, e a quel crollo prima di allora nessuno avrebbe creduto. Non siamo in grado di controllare il futuro, che potrebbe intraprendere accelerazioni inaspettate. Certamente quando il sistema avrà preso tutto il globo, non potendo espandersi più da nessuna parte, imploderà. Ci sono già segni finanziari, economici in questo senso; ci sono soprattutto segni di profondo disagio nel popolo occidentale.

Provocatoriamente in “Sudditi” lei suggerisce che la soluzione migliore è accelerare la corsa del treno attraverso determinate scelte elettorali e culturali, quali ad esempio votare quelle fazioni politiche che sono maggiormente favorevoli al binomio democrazia-capitalismo. Al di là di questo, esistono dei movimenti alternativi a tutto questo?

Una soluzione potrebbe essere quella di un ritorno alle piccole patrie. C’è un movimento naturalmente centrifugo che mira al recupero di identità fortemente connotate: il Qebeq, o Terranova, o la riscoperta dell’orgoglio pellerossa; qui in Europa abbiamo assistito alle divisioni tra Slovacchia e Boemia, agli indipendentismi tradizionali, come quello corso.
Questi sono movimenti contrari per definizione: ogni localismo è per definizione contrario a un globalismo e a tutto ciò da cui esso dipende e comporta. Anche sul piano pratico se localismo vuol dire avere punti di riferimento riconoscibili in uno spazio circoscritto è chiaro che non possono essere battezzati tutti in un mare di Coca Cola usando gli stessi prodotti, altrimenti si ridurrebbe tutto a folklore, recupero dei dialetti, che non è una cosa cattiva, ma non aiuta a risolvere il problema in questione.
Io ho trovato una consapevolezza di che cosa significa un localismo di questo genere solo nell’ultima generazione degli indipendentisti corsi, i quali dicono di volere lo sviluppo, ma a modo loro, secondo l’habitat, la storia, le tradizioni che li contraddistinguono. Accettano anche di non rimanere al passo con l’Europa pur di preservare la loro identità: non ci tengono ad abbandonare il frigorifero per tornare alla ghiacciaia, ma se questo è necessario per rimanere ciò che sono, allora sono pronti a farlo.
Ecco questo è un localismo consapevole dei prezzi che paghi. Teoricamente è questa la soluzione, ma è impossibile perché non ti viene permesso di attuarla. La Corsica, in un modo suo particolare, come isola, è quantomeno riuscita a farlo sotto l’aspetto della salvaguardia ambientale, facendo saltare le case dei francesi e degli italiani. Però, proprio per le piccole dimensioni dei luoghi, qualunque potenza può obbligarti a sottometterti all’andazzo generale. Oltre ai localismi ci sono anche correnti di pensiero americane che lavorano in questo senso: il bioregionalismo, che coniuga localismo e ambientalismo, il comunitarismo. Sono tutte ideologie favorevoli ad un ritorno alla terra a danno dell’industria e più profondamente ad un ritorno alla terra come elemento vivificante ed equilibrante dell’umano.

E l’individuo, per le poche possibilità che possiede, cosa può fare?

Nel mio spettacolo l’unica cosa cui riesco a invitare è ad un recupero di alcuni valori fondanti: la dignità, la lealtà… Sono processi culturali lunghi ma se riusciamo a recuperare queste cose anche la politica non potrà essere quella cosa infame che vediamo adesso. L’unico lavoro che possiamo fare è su noi stessi: non abbiamo altri mezzi, non siamo terroristi né crediamo che il terrorismo risolva la situazione. Anzi, l’unica rivoluzione penso che arriverà quando la gente, stanca del proprio disagio, dovrà porsi qualche domanda. Piano piano poi, se crediamo a quello che stiamo dicendo, questo pensiero di critica al sistema si allargherà anche da altre parti, tra la gente. Anche i redattori dei giornali che hanno quarant’anni già oggi stanno dalla mia parte. La questione è anche generazionale, chi ha sessantanni è legato anche legittimamente a una sua storia e non è in grado di vederne altre. Mi dà un po’ di fiducia anche il fatto che posso esporre il mio pensiero non solo in situazione border-line, ma vengo invitato anche in posti più “normali”.

La stessa cosa non si può dire per la tv pubblica che non ha usato mezze misure per farla fuori…

Però in questo caso non si è trattato di censura vera e propria. La censura ti esclude piano piano, come è successo a me in passato. Negli anni settata ero considerato il miglior giovane talento del giornalismo italiano e, viste le mie idee, mi hanno lentamente confinato in giornali sempre più di margine. Non viene uno e ti dice “Questo pezzo tu non lo scrivi!”, al massimo non ti affidano il pezzo. Chi ti censura non si comporta come si sono comportati con me in Rai, così esplicitamente, mettendo davanti a tutti Marano, che quasi lo salvo, è il don Abbondio della situazione a cui è arrivato l’ordine dall’alto, da Socci e così via. Un tempo si facevano le inchieste e se ciò che scrivevi era documentato raramente avevi dei problemi. Soprattutto negli anni settanta, all’Europeo, se la cosa era certa si pubblicava assumendosi tutte le responsabilità e le conseguenze del gesto. Insomma si accettava che questa o quella pubblicità non desse più i soldi. Oggi il potere economico e politico è diventato molto più pressante, è sparito il valore dell’onestà, gli organi di informazione sono asserviti solo al potere.

La sua critica alla modernità, rispetto anche a molte altre, ha la particolarità di indicare il passato come decisamente preferibile al presente, almeno sotto certi aspetti.

In linea di massima mi servo del passato per demistificare il presente e le sue menzogne, ma certamente sono convinto che un qualche ritorno sia auspicabile. Le correnti di pensiero che mi sono più analoghe sono tutte per un ritorno: graduale, limitato e ragionato a forme di autoproduzione e autoconsumo. Ribadisco: graduale, limitato e ragionato. In questo senso, un po’ provocatoriamente, ma fino a un certo punto, prendo spunto dal mullah Omar, che non rifiutava la modernità totalmente: nella sua stanza della sua villa c’è - è la sua ingenua utopia! - un grande prato attraversato da un’autostrada con sullo sfondo poche, rare, ciminiere… Cosa stava a dire? Che alcune conquiste della tecnologia le accettavano, erano ritenute indispensabili, all’interno però di un prato verde che simboleggia l’armonia, l’Afghanistan prima dei talebani (i quali sono stati mandati dagli americani contro i sovietici, è una questione ideologica), armonia complessiva in cui tu inserisci alcune conquiste della tecnica che possono essere estremamente utili. Ecco, lasciando perdere il mullah Omar, è il discorso di queste correnti di pensiero sia americane sia dell’ambientalismo scandinavo di tipo radicale: per ora sono linee di tendenza, teorie, utopie, però ci sono, e questa è anche la mia. Certo se potessi…direi questo: un ritorno graduale, limitato, ragionato ad altre forme di vita più controllabili, umane… questi li eliminerei uno a uno…(indica il televisore…)

Luca Barachetti
Diego Bonicchio
Marco Giacalone

Sunday, August 12, 2007

Chi aiuta l'Africa fa il suo male?
Come la fine del colonialismo ha segnato l'inizio delle miserie del continente africano.

Quanto sta accadendo in Somalia ripropone all'attenzione del mondo il drammatico problema degli aiuti all'Africa. Che però è d'una qualità e di un senso diversi da quelli di cui comunemente si parla. Non si tratta del fatto che tali aiuti vengono dati spesso a dittatori corrotti e spietati e che le pretese elargizioni "umanitarie" abbiano in realtà lo scopo di favorire questa o quella fazione politica più vicina agli interessi dei paese donatore o che abbiano l'effetto di incoraggiare e i incrudelire, in virtù delle armi tecnologiche di cui consentono l'acquisto, le lotte tribali o che vadano sprecati e perduti o, ancora, che finiscano in buona parte nelle mani dei partiti o di funzionari corrotti. Tutte queste cose esistono e sono gravi. Ma la questione fondamentale e un'altra.
Sono stati proprio gli aiuti dei paesi industrializzati anche quando animati da intenzioni meno oblique, ad aver rovinato l'Africa. Scrive Livio Caputo sul Corriere della Sera: "Dobbiamo prendere atto che il tentativo di impiantare la civiltà moderna in Africa non è riuscito e che gli interventi esterni sono stati vani o addirittura controproducenti. Sono lieto che il Corriere (o perlomeno Caputo) se ne sia accorto perché è quanto vado sostenendo da anni anche dalle colonne di questo giornale (Perché non bisogna aiutare l'Africa Europeo, 17/1/1987).

L'Africa stava molto meglio quando si aiutava da sola. Agli inizi del secolo, come ammettono gli stessi funzionari della Cooperazione allo sviluppo, il Continente nero era alimentarmente autosufficiente. Il primo colpo mortale glielo ha dato l'arrivo della medicina occidentale. La popolazione dell'Africa subsahariana, per esempio, è passata dai 100 milioni dei 1900 ai 230 dei 1960 per arrivare ai 450 milioni di oggi. Si tratta di una crescita esponenziale assolutamente insostenibile. In precedenza l'alta mortalità natale e perinatale manteneva la popolazione africana nel suo equilibrio. Si dirà che questo è un discorso crudele, nazista e proprio di nazismo fu accusato il professor Giorgio Morpurgo, medico di fama internazionale, quando ad un Costanzo Show osò porre la questione. Ma forse ci si dovrebbe anche chiedere, ogni tanto, se non sia più crudele salvare neonati destinati, secondo selezione naturale, alla morte per farli crepare di fame e di inauditi stenti una volta divenuti bambini consapevoli di otto, di dieci, di dodici, di quindici anni.

In secondo luogo l'intrusione violenta del modello industriale nel Continente nero ha disintegrato il tessuto sociale, istituzionale, etico, ambientale, economico, psicologico, emotivo in cui vivevano quelle popolazioni. Reso eccentrico rispetto alla propria cultura. sradicato nel suo stesso ambiente, l'africano è diventato un miserabile là dove prima era soltanto un povero o, meglio, un uomo che viveva secondo i propri ritmi, i propri costumi, le proprie tradizioni, le proprie convinzioni, le proprie istituzioni. E se si va a guardare al fondo delle cose, se si va cioè a frugare, per dirla con Sartre, nelle mutande sporche del l'industrialismo, si vede che l'esportazione di questo modello, compresi tutti i suoi aiuti, non ha nulla di "umanitario", ma risponde alla inderogabile necessità del capitalismo (che è un sistema basato sulla continua espansione e che, come una bicicletta, si tiene in piedi soltanto in velocità) di allargare i propri mercati.

Quello che i paesi industrializzati danno con la mano "umanitaria" se lo riprendono infatti con l'altra. E' stato calcolato, per esempio, che per ogni dollaro "donato" dal cosiddetto Nord del mondo ai paesi del Sahel,a questi stessi paesi sono venduti tre, a volte cinque, a volte addirittura quindici dollari (è il caso dell'Urss)di prodotto finito. Ecco perché ci sono oggi paesi "in via di sviluppo" che sono più poveri non solo in senso relativo (cioè rispetto alla aumentata ricchezza degli altri), ma anche in senso assoluto, vale a dire più di quanto non lo fossero prima dell'affermazione mondiale della rivoluzione industriale.
E' il caso dell'Africa costretta a procurarsi altrove un quarto del proprio nutrimento, ma è il caso anche di altri paesi del Terzo Mondo come, per esempio, il Venezuela che aveva in passato una fiorente produzione agricola e che oggi è costretto, in virtù delle interdipendenze create nel sistema mondiale dallo sviluppo industriale, ad importare più della metà del proprio fabbisogno alimentare. In un certo senso era molto meglio il vecchio colonialismo. Perché rapinava direttamente le risorse dei paesi occupati, ma non costringeva le popolazioni indigene ad omologarsi (ci teneva anzi alla netta separazione fra le due culture) e quindi non li corrompeva. E per questo,credo, che Desmond Tutu ha potuto affermare: "C'erano più libertà e giustizia nel continente ai tempi del colonialismo europeo di quante ce ne siano oggi". Ma il capitalismo industriale non può accontentarsi delle risorse dei paesi che colonizza economicamente, ha bisogno della loro anima, di assimilarli a sé. Questo spiega anche le violenze terrificanti cui stiamo assistendo in questi giorni. Quella violenza, in buona parte, gliela abbiamo portata noi. Perché chiunque conosca un poco gli africani, almeno quelli non ancora dei tutto contaminati dal nostro modello, dalla nostra cultura, dalle nostre scuole, dalle nostre armi, dall'imitazione parodistica delle nostre istituzioni, sa che il nero è un istintivo, ma non è, di natura, un violento. Alla guerra vera ha sempre preferito, di gran lunga, quella rituale. Mi ricordo che, molti anni fa, assistevo, a Bangui, ad un convegno cui partecipavano etnie provenienti da tutta l'Africa per discutere, appunto, il problema della guerra. Ad un certo punto si alzò il rappresentante di una tribù ritenuta fra le più arretrate il quale raccontò che, si, anche dalle loro parti c'era stata, una volta, una guerra, una cosa proprio terribile, tremenda, spaventosa, ma ad un certo punto, per la contesa di un pozzo, c'era scappato il morto e la guerra era finita subito. Questa era. in buona misura, l'Africa prima che noi cominciassimo ad aiutarla.

Massimo Fini
(ovvero l'unico Fini che ci piace)
EUROPEO del 18 gennaio 1991

Friday, August 10, 2007

Alla facciaccia vostra.

Astici, aragoste, vongole e fasolari per condire immancabili spaghetti sono certo gli ingredienti che non possono mancare nei ricchi e gustosi, prelibati piatti che la Palombelli e le compagne avranno preparato con amore e sapienza per i loro uomini, mariti o compagni non importa, per festeggiare tra molti brindisi con “bianchi” ambrati in coppe di preziosi cristalli, l’otto agosto. Tutto questo naturalmente non a “Milano Marittima” dove i lavoratori in ferie fanno l’alba vuotando bicchieri di carta pieni di “coca-cola” con cui cercare di digerire la proletaria “piadina”. No. La spiaggia dorata ormai colonizzata dalla “intellighenzia di sinistra” dove il solo affitto dell’ombrellone costa piu’ di mille euro per un mese….è quella di Capalbio ed e’ proprio sotto quegli ombrelloni che, chi si trovasse a passare, può osservare lo scheletro di Fassino appena ricoperto da un foglio di pelle o la pancetta di Rutelli o il pancione villoso di Petruccioli insieme a tanti altri “intelligenti” che, fra un calice e l’altro di champagne si scambiano le nuove idee su come risolvere i problemi di quei lavoratori che non si sono potuti permettere nemmeno di andare a Milano marittima e forse nemmeno all’idroscalo ma, soprattutto cercano di immaginare come potersi ritagliare un posto di potere all’interno di quella cosa ancora misteriosa che li attira ma li atterrisce al tempo stesso, che si chiamera’ Partito democratico..
Sembra che Francesco Eramo abbia deciso di celebrare il ventennale di questo angolo di “paradiso proletario” con un film e per questo stia raccogliendo aneddoti e testimonianze. Ne nascera’ sicuramente, date le fonti, una ricostruzione “sincera e obiettiva” che fara ’”il punto” sulle origini di Capalbio con la stssa serenità con cui da sessanta anni si raccontano tutte la “storie italiane”.
Si dice gia’ infatti che tutto comincio’ per merito di Occhetto che fu il primo ad annusare il luogo dove si spostò subito abbandonando la spiaggia di Macchia con meno scrupoli e nostalgie, forse, di quante ne ebbe poi traslocandosi alla Bolognina dal PCI alla cosa ancora in evoluzione che forse diventerà il Partito democratico. La prima cosa fatta per mettersi la coscienza a posto e sentirsi tutti a casa propria infatti e’ stato chiamare la piazzetta “largo Enrico Berlinguer” facendo nascere anche quella di Capalbio, come tutto il resto della storia d’Italia, dal 1945, figlia della resistenza, come se prima di quella data l’Italia non fosse esistita. Purtroppo per loro le cose non stanno così e Francesco Eramo, se vorra’ dare un taglio storiograficamente corretto al suo film dovra’ ricordare che la spiaggia dorata dove i rappresentanti del popolo lavoratore espongono al sole i loro corpi senza paura di essere punti, pochi anni or sono era un acquitrinio infestato da bisce e zanzare come era stato per secoli fino a quando un certo Benito Mussolini decise di bonificarlo.

Tutti sanno infatti delle bonifiche dell’agro pontino in cui Mussolini fece sorgere intere cittadine come Littoria, anche se l’intellighenzia di sinistra ha cercato di farlo dimenticare arrivando persino a cambiare il nome della città che oggi si chiama Latina, ma pochi sanno, perche’ e’ stato sempre tenuto nascosto o volutamente e in mala fede sottovalutato, che le bonifiche del Fascismo non si limitarono a quelle più conosciute, ma furono un’opera ciclopica realizzata per migliaia di chilometri quadrati di paludi dal Lazio alla Puglia e alla Toscana, proprio a Capalbio. I “signori dell’intellighentia” con i culi al sole e la testa nelle nebbie e i fumi dell’alcool forse non sanno nemmeno, o forse lo sanno ma non vogliono che si sappia, che le ville dove passano l’estate a Capalbio sono il risultato di una ristrutturazione delle case coloniche che il Fascismo aveva costruito per i contadini del veneto che volevano una casa e un pezzo di terra su cui lavorare.

Mi chiedo e qualcuno che mi legge si chiedera’ adesso: ma perche’ ho scritto tutto questo perdendo un pomeriggio che potevo godermi meglio andando a mangiarmi un gelato sul lungomare? Perche’ sono un inguaribile nostalgico? O perche’ voglio fare apologia di Fascismo e sono talmente idiota da pensare che Mussolini rinasca e possa ancora bonificare qualcosa? No. Vi giuro lo ho scritto solo e disinteressatamente per amore della Verità, la Verità che troppe volte nella mia vita ho visto falsata e distorta da uomini in malafede che vivono in pace apparente con se stessi nonostante ogni giorno mentano sapendo di mentire.

E non voglio ottenere niente. Non certo che Rutelli o Fassino se ne vadano da Capalbio e nemmeno che cambino il nome al largo E.Berlinguer chiamandolo, come sarebbe giusto, Largo Benito Mussolini.

No, non lo desidero. Restino dove sono e lascino il nome che hanno dato al la loro piazzetta. Al massimo mi farebbe piacere saper che per mettersi la coscienza a posto una mattina hanno scritto” spiaggia Benito Mussolini“ tanto, quello che si scrive sulla sabbia non conta e la prima onda lo cancella.

Nando Ventra

Thursday, July 26, 2007

La Destra Sociale è viva e lotta insieme a noi

Gli intellettuali di destra sono delle ottime persone, che meritano tutto il nostro rispetto. Non ironizzo: non è facile pensare e scrivere controcorrente, esprimere il proprio punto di vista anche quando costa emarginazione ed ostracismo. Quanti di questi amici hanno rinunciato a risultati accademici o semplicemente ad un buon posto in un giornale o in una casa editrice pur di non tradire se stessi e le proprie convinzioni! Questi intellettuali, però, hanno un difetto: sono di cattivo carattere e quando gli prende male vedono tutto il mondo in negativo, elaborano teorie e lanciano invettive sulla fine di ogni speranza e sul tradimento di tutti i valori. Quando ciò accade il bersaglio naturale di queste scomuniche siamo noi “politici”: siamo noi che tradiamo i sacri principi e le loro belle idee. Siamo noi che per un piatto di lenticchie ci abbandoniamo ad ogni degrado ideologico e accettiamo i più volgari compromessi.
Come conclude Marco Cimmino l’articolo che da quasi due mesi campeggia in primo piano sul sito della destra sociale? “Spesso il politico è semplicemente un animale”. Non mi sfugge, ovviamente, l’ironia e l’autoironia che ispira tutto il pezzo in questione e non mi offendo per le critiche rivolte a chi, come il sottoscritto, ha la ventura di fare politica ogni giorno. Sono da tredici anni parlamentare della Repubblica, ho fatto il ministro di Berlusconi, mi dibatto da sempre nelle maledette contraddizioni della lotta politica quotidiana. Capita che qualcuno cerchi di prenderti per i fondelli per sfogare il suo cattivo umore, succede di ricevere qualche palla di merda senza neppure capire perchè.
Quello che, invece, mi risulta difficile accettare è che il cattivo umore del nostro iconoclasta di turno finisca per sfogarsi non solo sulle persone ma anche sulle idee, sulle sue stesse idee.
Perché proclamare la fine della “destra sociale”? Perché ironizzare sulla sua sostituzione con la “destra socievole”?
Cimmino non lo sa, ma arriva buon ultimo: questo gioco di parole veniva già usato negli anni ‘90 da chi mal sopportava l’esistenza in An di un’anima sociale e popolare, da chi pensava, e ancora pensa, che la destra sia l’equivalente di uno spirito reazionario, ultra-liberista e forcaiolo. Più recentemente Marcello de Angelis ha suggerito dalle colonne di Area di utilizzare l’aggettivo “socievole” per rilanciare la destra attraverso un modo di fare politica più aperto, dialogante ed inclusivo.
Ma, a parte queste disquisizioni terminologiche, non auto-flagelliamoci più del dovuto! La “destra sociale” come corrente di pensiero è più viva che mai. Dopo il clamoroso successo di Sarkozy, il corrispondente a Roma di Liberation è stato costretto ad ammettere che “in Francia ha vinto quella che voi in Italia chiamate la destra sociale”. E dopo la scesa in campo di Veltroni, si fa sempre più vera la profezia di Marcello Veneziani sull’avvento di un nuovo bipolarismo basato non sulla contrapposizione tra liberisti e socialdemocratici, ma su quella tra comunitari e liberal.
Altro che morti: su tutti i fronti della politica italiana ed europea le battaglie più dure sono quelle condotte in nome di idee identitarie e sociali. Dalla agricoltura alle politiche sociali, dallo sviluppo sostenibile alla difesa dell’identità nazionale, dai valori della vita a quelli della famiglia, dal rinnovamento della politica alle nuove forme di partecipazione, chi sta sempre e comunque in prima linea? Il problema semmai è un altro: è quello di liberare questi valori e queste idee dagli schemi ideologici, di impegnarsi veramente per il “bene comune” del nostro popolo senza trasformare ogni conflitto politico in una rissa becera e volgare. Soprattutto, è necessario individuare strategie ardite per far saltare i troppi blocchi di potere che paralizzano la vita politica italiana, dobbiamo elaborare nuove forme di comunicazione in grado di far comprendere i valori della destra sociale non solo da ristrette minoranze, ma da ampie, e possibilmente maggioritarie, fette di popolo. Qui, in questo lavoro difficile e quotidiano, errori e scivolate sono all’ordine del giorno, la sperimentazione di “nuove forme per antichi valori” espone più facilmente a critiche rispetto a chi si accontenta sempre delle stesse logore formule. Non possiamo più accontentarci di ripetere sempre gli stessi slogan, di essere parassiti del passato, di continuare a chiudere gli occhi di fronte a errori gravi che il nostro mondo, nello scorrere delle generazioni, ha pagato oltre ogni misura.
Non è facile, ma continueremo a provarci. Sbagliando, scivolando, attirandoci critiche di ogni genere, cercheremo di trovare una strada per far vincere le nostre idee, che rimangono quelle di una destra sociale, popolare, identitaria.Caro Cimmino, lascia perdere le critiche distruttive e ricomincia a darci una mano: ne abbiamo maledettamente bisogno.

Gianni Alemanno.