"Essere di destra oggi significa Stato, Nazione, tradizione, valori spirituali. Noi non ci definiamo conservatori, ma nazionalpopolari, sociali o nazionalrivoluzionari, proprio per dire che siamo la destra dei valori e non quella conservatrice".
Pino Rauti
Thursday, May 15, 2008
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Sunday, August 12, 2007
A tutto Campo Hobbit.
Vado di fretta, quindi l'odierna pizzinata sarà sintetica. Erano 3 anni che desideravo rivivere l'esperienza del Campo Hobbit, quest'anno hanno cercato di accontentarmi un po' tutti, tanto da creare imbarazzo nella scelta.
A) In tutta la penisola pullulano le iniziative autarchiche delle singole federazioni.
B) La giovane Destra sociale, dopo 3 anni, ha finalmente deciso di ridarci un po' di ossigeno e, benchè rivedere F1danza possa angosciare, per tirarsi su è sufficiente rievocare quel burlone che nel 2004 mise un sanitario al centro del campo aggiungendovi anche il nome della persona a cui somigliava(F1danz@, appunto.. ndr) e provocando le ire dei bardi.
C) La Fiamma Tricolore, per la prima volta, si accamperà nei pressi di Roma per un evento attesissimo targato ZZA e CasaPound.
D) Forza Nuova per non essere da meno, ospiterà i suoi in un'area geografica che non ho voluto approfondire.
Ora - mi rivolgo, in particolare, alla sparuta minoranza che vorrà venire col Pizzino - scartato il campo d'azione, perchè quelli di Fn sono una massa di invertebrati, va detto specificato che il Campo Base si terrà nei primi di settembre, mentre il campo della Fiamma a metà del medesimo mese. Pertanto, volendo e avendo tempo, è possibile andare ad entrambi. Per adesso vi schiaffo il
programma del Campo Base, pur ribadendo di essere pro-fiamma, perché temo che chi va con Badoglio prima o poi impari a badogliare.
Ciò detto, tratto dal nuovo cd degli ZZA, la Ballata dello stoccafisso, on air vi presento Asso di Bastoni, che - come mi ha spiegato VandeaItaliana - è la nostra arma segreta. Buon ascolto.
p.s. Ilaria, se mi leggi, batti un purpo.
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Saturday, June 23, 2007
Le idee che mossero il mondo.
Venerdì 22 giugno, alle ore 12,00, presso il Caffè d’Epoca , adiacente alla Chiesa San Ferdinando in Piazza Trieste e Trento a Napoli, avrà luogo una Conferenza Stampa di Pino Rauti per presentare il libro “Le Idee che mossero il Mondo, edito da Controcorrente. Saranno presenti anche l’editore Pietro Golia e Raffaele Bruno.
Sabato 23 giugno, alle ore 18,00 presso il Circolo Nautico Posillipo , Via Posillipo, 5, il libro “Le Idee che mossero il Mondo” sarà presentato al pubblico con una conferenza sul tema: “Nuovi scenari, nuovi poteri: le alternative”. Intervengono per un indirizzo di saluto l’on. Antonio Mazzone, presidente del Circolo Nautico Posillipo, l’on. Pino Rauti, Autore del libro, Pietro Golia, Editore di Controcorrente e Raffaele Bruno Coordinatore Editoriale e Vice segretario Nazionale Vicario del Movimento Idea Sociale.
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Sunday, June 10, 2007



Ripartire dai campi Hobbit.
Ieri a Benevento si è celebrato il primo campo Hobbit di Montesarchio ed è stato un successo oltre ogni aspettativa. "I compagni", rinunciando finanche ad assaltare le banche della Capitale in occasione della visita di Bush, hanno organizzato ben 3 presidi antifascisti in città, uno addirittura con il concerto dell'ormai celebre Andrea Rivera - il capellone che insultò il Papa il 1° maggio, la star della sovietica Dandini per intenderci.
L'evento non è passato inosservato, la stampa gli ha dedicato ampio spazio: IlRoma, il Giornale e, persino, la Repubblica non sono stati parsimoniosi con l'inchiostro; oggi su Libero Veneziani ha voluto ricordare "il suo" campo.
I leader dei micropartiti della destra extraparlamentare si sono sprecati nell'elogiare Montesarchio, eppure nessuno di loro è disposto in concreto a rinunciare ai suoi interessi di bottega. Alemanno,fino al 2004, prima che Fini sciogliesse le correnti e ci togliesse "anche quello", è stato l'unico ad aver provato a far rivivere quell'esperienza, organizzando campi base aperti a tutto il mondo della destra sociale e comunitaria.
Ora,ogni anno, ogni componente si organizza "nella sua contea": i Siciliani si radunano a Taormina, i Romani a Rieti, i Veneti si fanno il loro bel campo Nord, Forza Nuova opta per l'iscrizione aperta ai soli soci. Insomma, ognuno se ne sta per i fatti suoi rivendicando nette catterizzazioni, dimostrando di non avere capito un bel niente: i campi hobbit prima di tutto furono un momento comunitario tra camerati in senso letterale, ossia tra persone che condividevano la stessa camerata. Si caratterizzarono per la loro vivacità, non rappresentarono semplicemente una scampagnata fine a sè stessa: fu lì che nacque il sottobosco culturale che si impara a conoscere avvicinandosi al nostro ambiente. Si trattò di metapolitica: ecologia, associazionismo, musica. Si trattò di kulturkampf.
Ritenendo il fascismo italiano troppo provinciale, i giovani rautiani superarono il reducismo e iniziarono a sperimentare nuove frontiere.
E', per questo, che bisogna partire proprio dai campi hobbit per rinascere. Si lanci il sasso nello stagno, si organizzi un campo unitario.
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Thursday, May 31, 2007
Gli ultimi ribelli.
Rauti, Tolkien e i campi hobbit.



Gli ultimi ribelli.
Campo Hobbit, quella festa a lungo attesa
intervista a Umberto Croppi.
Alla metà degli anni Settanta i giovani della destra italiana scoprono Tolkien, ne subiscono il fascino e articolano attorno alle suggestioni nate dalla lettura de “Lo Hobbit” prima e del “Signore degli Anelli” poi un percorso reale di rilettura della propria dimensione, in termini non esclusivamente politici ma piuttosto generazionali. Tra i “fanatici” tolkieniani di quella generazione vi era Umberto Croppi, oggi quarantacinquenne direttore della Casa editrice Vallecchi, all’epoca dirigente giovanile del Msi che all’esperienza di quegli anni ha dovuto, forse, molto della sua attività di oggi.
Come avete scoperto Tolkien, autore allora quasi clandestino per l’Italia? E perché il riferimento a un autore del tutto al di fuori della dimensione politica?
In Italia Tolkien fu pubblicato per la prima volta da Rusconi nel 1970. Segnalato in quegli anni dalle riviste “L’italiano”, con un intervento di Gianfranco de Turris, e “Intervento”, con un articolo di Franco Cardini, l’autore del “Signore degli Anelli” venne presentato quasi per caso agli ambienti della destra giovanile. Alcune centinaia di noi lessero Tolkien e se ne innamorarono. Non che vi fosse un aperto e chiaro legame con la politica, ma il racconto di fantasia dello scrittore britannico significava richiamare un primato della dimensione creativa e fantastica e una rottura esistenziale con i modelli sociali piccolo-borghesi. Ne subimmo il fascino al punto che quella lettura creò in noi una sorta di autorappresentazione individuale. E va subito detto che nella nostra lettura e nella nostra passione non c’era nessuna ispirazione neo-pagana, come recentemente hanno scritto i giornali. A noi semplicemente piaceva quel mondo fantastico. E all’inizio leggere Tolkien significava esclusivamente un’esperienza individuale.
E poi che cosa accadde, che cosa produsse l’immedesimazione dei giovani di destra con Tolkien?
Fu la recensione del libro apparsa su “La Voce della Fogna” e firmata da Marco Tarchi che funzionò da collante per quanti di noi avevano scoperto la vitalità e la portata innovativa di quella letteratura. Per la prima volta veniva scoperto e “adottato” un autore che nulla aveva a che vedere con i testi sacri del fascismo, che non scriveva saggi politici, che non proponeva riletture storiografiche, ma era un narratore puro. Quella scoperta ci consentì per la prima volta di sentirci a tutti gli effetti parte della contemporaneità, di uscire dalla diversità cui eravamo stati relegati per la nostra appartenenza politica. Non ci sentivamo più diversi. Quando Tolkien scriveva “Le radici profonde non bruciano”, per noi il senso era evidente: riscoprivamo la possibilità di pensare un universo esistenziale alternativo al di fuori delle mitologie passatiste della nostra area politica. Da questa presa di coscienza collettiva cominciarono a prodursi effetti, altrettanto spontaneamente di quanto era successo nell’avvicinarsi di ognuno di noi agli scenari tolkieniani: nacquero gruppi musicali - come “La compagnia dell’Anello” a Padova - associazioni, circoli culturali - come la nostra “Taverna di Brea” a Palestrina. Nelle sedi giovanili cominciarono a circolare i poster di Hildebrandt con Gandalf al posto dei manifesti sulle rivolte anticomuniste. E da lì prese le mosse l’avventura dei campi.
Era il giugno del 1977: la destra giovanile italiana inaugura i campi Hobbit. Che cosa furono? E che significato ebbero per la vostra generazione?
I campi Hobbit furono un’idea di Generoso Simeone, un dirigente politico giovanile e operatore culturale di Benevento. Non so se realmente Simeone avesse letto “Il Signore degli Anelli”. Certo, la brillantezza dell’idea consistette comunque nell’averne intuito la portata innovativa per quei tempi. Siamo nel 1977, dicevamo. Il primo campo fu organizzato in un paesino del beneventano, con il divieto formale di Almirante e Fini. Praticamente blindato dalla polizia, per paura di scontri. Un’immagine, ripensandoci a distanza di anni, “raccapricciante”. Tre torridi giorni di fine giugno, 700-800 di noi accampati in un campo sportivo, improvvisando dibatti sui generis e giochi assurdi. Ricordo che in quel primo “raduno” si improvvisò addirittura un corteo interno, tanto la politica in quegli anni era concepita come scontro e a dimostrare quanto da quel clima di scontro fossimo lontani. Per noi che vivevamo quell’esperienza fu un’emozione straordinaria.
Come fu accolta l’organizzazione dei campi?
Qualche giornalista partecipò all’iniziativa. E in ogni caso, la grande rottura antropologica si era consumata. E l’esperienza del campo si ripeté appena tre mesi dopo. Una formula più aggiornata, un titolo “Programma domani” e un simbolo, un tubetto di dentifricio, che già diceva tutto delle intenzioni degli organizzatori. Volevamo superare ad ogni costo gli schemi precostituiti della comunicazione retorica. I temi più aggiornati, gli interventi qualitativamente più validi. Le cose però erano cambiate in seno al partito. La gestione unitaria del Msi trasformò il secondo campo in un fallimento. Quella visione unitaria aveva svuotato i contenuti di significato, annacquandone il valore innovativo. Sul piano emotivo l’esperienza del campo venne vissuto come una sorta di psicodramma.
Eppure quel fallimento non segnò la deriva di quell’esperimento…
Passarono tra anni prima di ritentare l’esperienza e fui io stesso ad assumermi l’incarico di organizzare il terzo campo Hobbit, quello che riuscì meglio. Fu concepito come una vera e propria presa di distanza dal passato, per superare il problema dell’isolamento cui ci sentivamo confinati, decisi di scegliere un centro urbano - non più centri disabitati, dunque - anche se non una città. La scelta ricadde su Castel Camponeschi, in Abruzzo. Partimmo con due mila lire e riuscimmo a mobilitare uomini e mezzi per 20 milioni, grazie alle sottoscrizioni di tutti quei volontari che contribuirono al successo dell’iniziativa. Pensammo ad una qualità dell’offerta che fosse fruibile da tutti e cercammo di realizzare tutto tenendo fede alle forme più spettacolari della comunicazione.
Qual era il motore portante?
La dimensione politica certamente era fortissima, ma era il progetto ad essere entusiasmante e l’esperienza fu tale da condizionare le iniziative successive di ciascuno di noi. L’elemento di maggior distanza dal passato si realizzò nel rapporto con i mezzi di comunicazione di massa. Accettammo la presenza dei giornalisti. Il giorno dopo su L’Europeo usciva un servizio dal titolo “Come Duce vogliamo il Signore degli Anelli”. Su questa scia appariva sulla prima pagina del Manifesto a firma di Pierluigi Sullo “Evoluzione della razza fascista in un paesino dell’Abruzzo”. E Giampiero Mughini per una trasmissione di Rai 1 intitolata “Nero è bello” fece per la prima volta nella nostra storia una trasmissione interamente dedicata a noi. Una ricognizione sulla destra che passava in rassegna case editrici, iniziative culturali, giornali, movimenti femministi.
E il mondo politico come reagì a tanta visibilità?
In quell’occasione sia Fini sia Almirante rifiutarono di rilasciare interviste. Ma in poco tempo tutto cambiò. Qualche giorno dopo ci fu la strage di Bologna, che impose una normalizzazione interna al partito rispetto alle aperture creative. Il gruppo di persone che si riunivano attorno alle iniziative dei campi Hobbit cominciò a disarticolarsi. Questo fu dovuto soprattutto al fatto che le nostre iniziative, riportando il confronto sul terreno delle idee e abbandonando quello della violenza e dello scontro fisico, di fatto sottraevano il movimento giovanile ad una strumentalizzazione, portando, anzi in luce gli elementi di similitudine, le analogie generazionali. Questo percorso di coesione generazionale ci portava a continuare a cogliere le contraddizioni interne del comunismo ma non portando la contrapposizione su posizioni oltranziste. L’esperienza dei campi Hobbit finì lì, molti di noi partirono da lì per occuparsi a tempo pieno di musica, comunicazione, giornalismo… Avevamo scoperto la metapolitica.
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Tuesday, March 06, 2007
La fiamma e la celtica a Napoli
Venerdì alle ore 18.30 presso l'hotel Mediterraneo sito in via Ponte di Tappia si terrà la presentazione del libro "La Fiamma e la celtica".
Interverranno Nicola Rao, Marcello De Angelis, Luciano Schifone, Teodoro Buontempo, Marcello Taglialatela.
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Thursday, March 01, 2007
RAUTIANI, TOLKIENIANI, RADIO LIBERE & FOGLI SATIRICI, ECCO IL SETTANTASETTE DI CHI STAVA DALL'ALTRA PARTE DELLA BARRICATA
di Angelo Mellone
Il 31 dicembre di quest’anno, sul Settantasette della sinistra e dei suoi protagonisti sapremo tutto: logiche politiche, idiosincrasie, gusti musicali, scazzi di famiglia, estremisti e protoriformisti, Scalzone e Annunziata, Radio Alice e Piero Ottone. Liberazione che fa uscire la storia degli anni Settanta in fascicoli, il Secolo d’Italia che censura questa voglia di copyright, i pochi (speriamo di no) che si ricorderanno del primo 45 giri di Vasco Rossi e della prima puntata di Happy days, trasmessa il 12 agosto (altri tempi, altri palinsesti...).
Era facile immaginarlo. Dell’altro Settantasette, quello vissuto a destra, in genere si sa poco. Difficile immaginare conferenze universitarie di qualche reduce, e i politici tendono a svicolare per non interrogarsi troppo. È un anno dove la violenza si fa ancora più cieca. Eppure non è solo barbarie, il Settantasette. In quell’anno accadranno cose destinate a ripercuotersi ancor oggi sulla morfologia politica e l’antropologia della destra italiana. A gennaio, dopo il congresso del Msi, nasce la corrente di Democrazia nazionale, uscita dal partito accusando Almirante di voler fare l’antisistema a tutti i costi. L’esperienza durerà poco, ma qualcuno ancora è convinto che siano lì i germi della nascita di Alleanza nazionale. Nel 1977 Almirante impone Gianfranco Fini alla segreteria del Fronte della gioventù, bloccando la vittoria di Marco Tarchi. La carriera politica di Fini dura ancora, quella di Tarchi termina nei primi anni Ottanta, ma l’intellettuale fiorentino segnerà e non poco l’imprinting della destra giovanile che si va configurando in questi anni.
Anche se il Msi almirantiano fa quasi finta di non accorgersene, nel Settantasette a destra finalmente mette radici la creatività. Fioriscono le radio «libere», dalla milanese Radio University alla romana Radio Alternativa: arriveranno a essere sessanta. Nascono cantautori e gruppi musicali, dagli Amici del vento agli ZPM, dagli Janus alla Compagnia dell’anello, che superano con suoni folk e rock il nostalgismo delle marcette. Si moltiplicano le riviste, dalla satira colta de La voce della fogna al più istituzionale Dissenso, da Linea e Elementi. Il Candido di Giorgio Pisanò appoggia «scandalosamente» la cacciata di Luciano Lama dalla «Sapienza» titolando: «Viva la rabbia della gioventù». Sui muri dell’università è apparsa la scritta, con tanto di croce celtica: «Caradonna 68 Lama 77». Autonomi più fascisti contro il sistema, poi si scoprirà che è una mezza balla ma intanto il mito è stato costruito.
Si leggono le prime critiche cinematografiche da destra, l’attenzione per il ribellismo gauchiste segna «contaminazioni tra mondi apparentemente lontanissimi», scrive Umberto Croppi, uno dei fasciocreativi di allora, nell’introduzione di I sogni e gli spari. Il ’77 di chi non c’era, di Emiliano Sbaraglia (Azimut, pagg. 128, euro 9,90). Insomma, la destra giovanile si muove, tra mille limiti e inevitabili contraddizioni, con la voglia di togliersi il piombo dalle ali (e intorno alle sezioni, anche se lo spontaneismo armato sarà vicolo cieco di tante speranze) e di stare nei movimenti generazionali. Il punto di coagulo di queste pulsioni è il primo dei tre Campi Hobbit. Ha luogo a giugno a Montesarchio, provincia di Benevento, organizzato dai giovani rautiani. Dietro il richiamo alla mitologia tolkieniana, scrive Luciano Lanna, «tutto un universo creativo e giovanile trovava nuove metafore di comunicazione»: biopolitica ed ecologia, alimentazione e fumetti, le nuove forme grafiche, i murales, la curiosità per gli indiani metropolitani, la croce celtica come simbolo antinostalgico, i fumetti francesi di Jack Marchal, la questione femminile, la fantasy, gli stili di vita, l’elaborazione intellettuale.
Stanno cominciando, con tre anni di anticipo, gli anni Ottanta. Due ottime guide per orientarsi sono l’Agenda 2007 dell’associazione Lorien (www.lorien.it), dedicata a una cronologia ragionata del Settantasette con articoli e immagini di archivio, e il bellissimo Altre storie, antologia di saggi, testi e immagini - anche fumetti - della Compagnia dell’anello (www.compagniadellanello.net). Storie di musica e militanza che non si piangono addosso.
VIVA RAUTI!
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