LA STRADA DEDICHIAMOLA A PACIFICI
Il presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, uno dei tanti leccapiedi di Veltroni, non si tira mai indietro quando si tratta di dividere i buoni dai cattivi, laddove i cattivi naturalmente sono tutti quelli che non stanno a sinistra. Dal pulpito da cui di solito ci illumina, oggi - commentando la proposta del sindaco Alemanno di intitolare una via di Roma ad Almirante - si è inventato che quest'ultimo fu torturatore di ebrei ed antisemita. Una affermazione assolutamente diffamatoria che lascia il tempo che trova e che viene smentita dalla storia personale di Almirante, visto che fu sempre filoisraeliano e salvò centinaia di ebrei. Eppure per Pacifici chiunque provi solo a parlare di fascismo è per forza di cose antisemita, arrivando all'estremo paradosso da ritenere - forse - persino gli agenti del Mossad antisemiti visto che furono addestrati da ex aderenti alla DECIMA FLOTTIGLIA MAS. Ciò che, tuttavia, rammarica è che la stampa nazionale, pur di dare addosso ad Alemanno - dipinto come un pericoloso squadrista - non esiti a far passare Almirante come antisemita e razzista.
Pacifici non è nuovo a queste bassezze. Lui stesso ha provato a silurare Alemanno prima delle elezioni ed è riuscito nell'impresa di emarginare La Destra, La Santanchè e Francesco Storace, da sempre filoisraeliani. Sotto questo profilo mostra di essere un finissimo politico. Per questo motivo, mi vede d'accordo la proposta provocatoria di Donna Assunta Almirante di intitolare la via che sia era pensato di dedicare a Giorgio Almirante proprio a RICCARDO PACIFICI. La stessa DOnna Assunta ha già fatto sapere che sarebbe pronta ad andare all'inaugurazione.
Tanto di vie intitolate a vermi l'Italia ne è già piena. E a chi eccepisce che porta sfortuna intitolare strade a persone ancora in vita, chi scrive risponde: APPUNTO.
Sarebbe bello poter percorrere una strada di Roma e leggere VIA RICCARDO PACIFICI, FU DIFFAMATORE. I politici italiani che fanno sempre professione di filosionismo estremo - giustificando, senza ritegno, i rastrellamenti verso i palestinesi e la politica estera fallimentare di Bush e di Israele - sarebbero pronti persino a gestire il traffico a mo' di vigili. Del resto che due cittadini israeliani come Fiamma Nirenstein e Ruben facciano parte del parlamento italiano e stiano persino nella commissione esteri non suscita dubbi sull'autonomia che può avere l'Italia nella sua linea geopolitica in chi è sempre pronto a vendersi ad uno straniero esigente. Va notato, infine che, in seguito alle polemiche sollevate, Alemanno - ultimamente tanto sensibile verso le istanze dei poteri forti - ha fatto sapere che intitolerà la strada ad Almirante (dopo quella a Berlinguer, Craxi e Fanfani nel segno di una par condicio da neo arco costituzionale...) solo con il consenso della comunità ebraica. Mi sembra molto coerente: già non facciamo nulla senza l'avallo degli ebrei, non possiamo certo derogare a tale direttiva per l'intitolazione di una stradina. MAI PIù SHALOM!
N.B. Ieri, benchè ai ragazzi di Forza Nuova sia stato impedito di tenere un convegno sulle Foibe alla Sapienza e siano stati poi aggrediti dai comunisti, i giornali hanno parlato di "raid fascista": dopo questo avvenimento, ho deciso di tornare in pista e non mollare perchè l'Italia oggi non è un paese libero. Se dei ragazzi hanno virilmente cercato di portare un contributo culturale scomodo nella stessa università in cui è stato impedito al Papa di parlare, sono stati aggrediti da insetti 4 volte superiori di numero, hanno resistito facendo piagnucolare i compagni e sono stati persino attaccati dai media; è giusto che anche chi scrive apporti il suo modesto contributo seguendo sempre la via della VERITà e cercando di rimanere IN PIEDI FRA LE ROVINE.
Wednesday, May 28, 2008
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Sunday, March 16, 2008
L'Italia? Una colonia di Israele.
Il Professor Caracciolo si chiede come possa essere compatibile con gli interessi nazionali la candidatura di Fiamma Nirenstein nelle fila del PdL, visto che è stata sposata con un ufficiale dei servizi segreti israeliani. Buona lettura .
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CampaniArrabbiata
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Monday, March 10, 2008
IL MOSSAD HA DETTO
La fondamentalista israeliana ed ex comunista Fiamma NIRENSTEIN - candidata nelle liste del PDL - ha dichiarato che " Sono incompatibile con chi rivendica il fascismo: chi ha letto i miei articoli e i miei libri conosce la mia battaglia contro ogni totalitarismo e antisemitismo: se incontrero' Ciarrapico gli diro' cio' che penso da sempre. Ho visto Fini con la Kittah chiedere scusa a Gerusalemme per quanto e' accaduto, ho potuto valutare bene il suo coraggio". Se si ritiene incompatibile con "il fascista Ciarrapico" - ex Andreottiano ma amico di Almirante - si dimostri coerente e rinunci alla candidatura in segno di protesta. Non sentiamo la necessità di prendere ordini dal Mossad nè di rinunciare all'ultimo briciolo di sovranità nazionale rimastaci. La stessa Nirestein, presentando la sua candidatura, ha dichiarato che si batterà per il "riconoscimento del diritto all'esistenza di Israele". Eppure un parlamentare italiano dovrebbe rappresentre il popolo italiano, mentre il collaborazionismo con paesi esteri è punito dal codice penale. Certo è che se è questa l'unica Fiamma rimasta nel PdL, stiamo freschi...
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CampaniArrabbiata
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Wednesday, November 21, 2007
La famiglia Levi.
Usa, massoneria, Israele, chi controlla il governo italiano? Maurizio Blondet, l'unica voce realmente libera che abbiamo nel nostro paese, ci snocciola la verità e ci fa aprire gli occhi.
Mi è venuto un dubbio: che Michael Levi altri non sia che figlio di Ricardo Franco Levi, il sottosegretario alla presidenza di Prodi, con delega all’editoria, l’autore del progettino di museruola su internet alle notizie sgradite alla nota lobby, un mezzo burocratico-fiscale per punire le opinioni. Il che spiegherebbe le ingiunzioni di Michelino a far tacere, a far licenziare giornalisti, a invocare contro di loro «provvedimenti urgenti», a «informare» certe ditte, che alcuni periodici sui quali fanno apparire la loro pubblicità ospitano articoli di «antisemiti», per cui è meglio che li mettano alla fame negando loro ulteriori inserzioni. Questo atteggiamento verso la libertà di stampa e d’opinione sarebbe una tendenza di famiglia. Sarà? Non sarà? Contemplo la foto che il giovine psico-poliziotto ha postato nel suo sito - dal Council on Foreign Relations, nientemeno - e mi par di notare una somiglianza. Inquietante. Se il mio dubbio è fondato, sono davvero nei guai, cari lettori. Perché se Michael è il germoglio di Ricardo, allora è anche il nipote di Arrigo Levi. Una dinastia potente. E che, nonostante una certa apparenza di declino intellettuale scendendo per li rami, potente resta. Arrigo Levi, nato nel 1926, ha costantemente accompagnato l’avvocato Agnelli alle riunioni del Bilderberg e della Commissione Trilaterale, insieme al sindacalista preferito dall’Avvocato, Giorgio Benvenuto, per una vita segretario della UIL. E’ raro che la Trilateral accolga sindacalisti nei suoi consessi segreti: ma l’Avvocato garantiva per il suo sindacalista di casa. Tanto più che secondo i maligni, oltre che segretario della UIL, Benvenuto ne era anche l’unico membro. Cosa credibile, visto che la UIL era emanazione del Partito Repubblicano. Il quale - secondo i suddetti maligni - teneva i suoi congressi plenari in una cabina telefonica. E tuttavia De Gasperi non potè fare a meno, nel suo primo governo, di imbarcare quel partito repubblicano e il suo segretario Ugo La Malfa. E a chi gli chiedeva il perché, spiegava che senza La Malfa imbarcato, non sarebbero arrivati i soldi del Piano Marshall. Questo per dire che tipo di potere è quello. Difatti, m’è parso di vedere Benvenuto nel direttivo del nuovissimo partito americano di Uòlter Veltroni. Si vede che serve ancora. Arrigo Levi era riparato, durante il fascismo, in Sudamerica: ecco perché il rampollo Ricardo Franco è nato a Montevideo. Vista la discendenza, c’è da rimpiangere il vecchio Arrigo, e da capire la sua luminosa carriera, corrispondente de Il Corriere da Londra poi suo commentatore internazionale, poi direttore della Stampa, poi al vertice Rai… fino a diventare un Venerato Maestro. Ricordo che discettava, con voce nasale e didattica, spiegando a noi italiani dappoco le norme e regole della democrazia unica e vera, quella USA. Non ricordo se fosse davvero intelligente. Ma non ne aveva bisogno. Era di casa al Council on Foreign Relations, dava del tu a Kissinger: da lì venivano le idee e le direttive, che Arrigo si limitava a riportare per noi dappoco. Del resto, ai tempi, la dottrina economica unica non era ancora il liberismo assoluto e devastatore della scuola di Chicago, era un keynesismo rooseveltiano, il che andava benissimo per la Fiat, in quanto legittimava la socializzazione delle perdite della Casa e il denaro pubblico che riceveva per «mantenere l’occupazione». L’Avvocato teorizzava una pace sociale in cui l’inflazione era il «lubrificante» della dialettica capitale-lavoro: gli aumenti salariali venivano dalla stampa di lire, e il potere d’acquisto era sùbito divorato dal rincaro dei prezzi, ma la macchina sociale, pistone e cilindro, funzionava come l’olio. Altri tempi. Arrigo Levi era uno dei tre personaggi notevoli tornati sugli automezzi dei liberatori americani a insegnarci la democrazia. Il secondo era Renato Mieli, il papà di Paolo, direttore de Il Corriere: venuto tra noi in uniforme USA, con i gradi di ufficiale, nei primi mesi di occupazione era un «capitano Smith» a cui i giornalisti italiani dovevano rivolgersi per ottenere l’autorizzazione a lavorare e ad aprire giornali, insomma il responsabile della epurazione morbida del giornalismo per conto degli Alleati. Allora, parlava esclusivamente inglese. Subito dopo, fondò l’ANSA. Ancora qualche mese, e molti di quei giornalisti che avevano chiesto l’autorizzazione a scrivere al capitano Smith si stupirono poi di ritrovarlo, sotto il nome di Renato Mieli, come direttore de L’Unità. L’organo del PCI diretto da un ufficiale americano? Evidentemente l’OSS (futura CIA) aveva deciso che occorreva loro un controllore dentro quel partito. Renato Mieli, che probabilmente era tanto comunista quanto era un dromedario, resistette disciplinato dieci anni: nel ‘56, la rivolta d’Ungheria gli diede il destro di andarsene sbattendo la porta, e scrivendo peste e corna sugli orrori staliniani del Partito comunista. Scrisse anche una sua biografia, «Deserto Rosso, dieci anni da comunista»: titolo rivelatore. Effettivamente, dieci anni di recitazione da comunista sono tanti. Si finisce per non poterne più. Trovò ospitalità da Montanelli. Ma anche un altro lavoro: la direzione del CESES, un «osservatorio sui Paesi dell’Est» pagato dagli USA, affollato di agenti slavofoni che andavano e venivano da là (ma mi pare ci fosse anche Giuliano Amato) e diretto nelle cose concrete da tale Warren Nutter, un economista (chiamiamolo così) che era stato allievo di Milton Friedman a Chicago. Il terzo personaggio notevole di quella generazione fu Ugo Stille. Anche questo sbarcò nel ‘43 con le truppe USA, in veste di «sergente Micha Kamenetzky» (il suo vero nome) e subito divenne direttore di Radio Palermo. Era l’emittente allestita dagli Alleati subito dopo la conquista della Sicilia. Ma per poco: Stille seguì la truppa yankee su per l’Italia, fino a Milano. A Il Corriere, naturalmente. Pronti: che mansione preferiva? Dica, Kamenetzsky, oggi la stampa è libera in Italia. Stille preferì tornare a Washington, commentatore per il Corriere. Se Arrigo Levi da Londra echeggiava le visioni di Kissinger e del Council on Foreign Relations di Rockefeller, Kamenetszky spezzava, per noi italiani, il pane della sapienza della Brookings Institution, un think tank un tantino più liberal ma non meno potente, visto che questa fondazione privata stilò da capo a fondo il Piano Marshall, che poi il Congresso approvò senza variazioni nel 1948. Insomma fra Levi e Stille correva la stessa differenza che corre tra i «repubblicani» e i «democratici» in USA, due sfumature di tinta dei poteri forti che in Italia erano rappresentati dal partito liberale (di «destra») e dal repubblicano («sinistra», diciamo). Due partiti artificiali, creati in laboratorio - nell’ufficio studi della Banca Commerciale dove Raffaele Mattioli, il laicissimo, aveva allevato La Malfa e Malagodi, Merzagora e Cuccia, distribuendo le parti fra loro quando l’Italia sarebbe stata liberata: tu Malagodi farai il liberale, tu La Malfa farai da mazzinianno, repubblicano intransigente… Tu Merzagora alle Assicurazini Generali, tu Cuccia, Enrichetto mio, a Mediobanca - insomma avete capito. Era la libertà, finalmente. PLI e PRI poi gli italiani non li votarono, e non si riuscì a fare il bipartitismo perfetto della perfetta democrazia americana. Stavolta si spera che andrà meglio a Uòlter e al Belursca. Perché il potere di quella prima generazione sussiste. Emana ancora un raggione da teletrasporto da far impallidire il dottor Spock. Basta pensare a dove sta Paolo, il figlio di Renato Mieli. Basta dire che Gianni Riotta, per il solo fatto di aver scodinzolato per anni attorno ad Ugo Stille chiamandolo Venerato Maestro e professato per lui la sua infinita ammirazione (slurp slurp) è diventato direttore del TG1: e mica nel 1943, oggi. Ricardo Franco Levi, seconda generazione, è stato elevato anche lui sul raggio di quel potere. Allevato in Inghilterra dove abitava papà, si considera «very british» e si veste di conseguenza, ossia come gli immigrati italiani quando credono di vestirsi da veri inglesi. Pare sia stato giornalista a 24 Ore, ma non restano memorie incisive del suo passaggio. Di fatto, la sua carriera comincia da direttore, subito. Egli ci spiegò che stava per introdurre in Italia il giornalismo anglosassone, compassato, «i fatti separati dalle opinioni» e tutto il resto, insomma il vero giornalismo. Fondò l’Indipendente e lo diresse. Chi glielo pagava non è chiaro, probabilmente Mediobanca e la Fiat. Nel gergo dei cronisti, che tende ad essere escatologico, fu una loffa. Fondato e diretto da Ricardo Franco nel ‘91, fu s-fondato nel ‘92, ossia chiuso senza suscitare proteste nelle masse dei lettori, contenibili nella solita cabina telefonica. Ricardo Franco capì che la sua vocazione era un’altra, vicina a quella del Renato Mieli prima maniera, a quella di Ugo Stille direttore della radio alleata: non giornalista, ma controllore dei giornalisti e delle idee autorizzabili nella libertà di stampa. Per conto dei soliti noti. Viene aggregato a Prodi quando questi diventa presidente della Commissione Europea, e riceve - come rivelò una telecamera rimasta aperta - quell’Israel Singer, capo del Congresso Ebraico Mondiale, che la stessa comunità persegue per storno di fondi ebraici in un conto svizzero che ha intitolato «per la mia vecchiaia». La telecamera mostra il figuro mentre agita il nodoso ditone sotto il naso di un Prodi intimidito, come se gli desse ordini… un fatto che l’Indipendente non avrebbe certo pubblicato, nemmeno separato dalle opinioni. Siamo inglesi, my God. Il resto è noto. Ricardo Franco viene eletto nella circoscrizione Lombardia III nell’Ulivo: uno dei più inspiegati miracoli della democrazia all’americana (ci piacerebbe conoscere gli elettori). Viene elevato dal raggio di teletrasporto a sottosegretario alla presidenza del consiglio, ossia Prodi; e da Prodi riceve la delega per la stampa. Di cui fa l’uso che sappiamo: i siti internet devono registrarsi in apposito registro, preludio a misure e provvedimenti restrittivi, magari di natura fiscale. Insomma il lavoro che per i superiori comandi svolse il primo grande Mieli in uniforme yankee, prima di sorbirsi «dieci anni da comunista»: l’autorizzazione, il controllo, la epurazione soft. E’ questo particolare, più che la somiglianza fisica, a far ritenere che Ricardo Franco sia il felice padre di quel Michael Levi del Council on Foreign Relations. La voglia di controllo sull’informazione deve essere nel DNA. Gli infaticabili studi sul terrorismo islamico non consumano tutto il tempo del giovane Levi né esauriscono la sua energica intelligenza; Michael trova il tempo di chiedere la mia espulsione dall’ordine dei giornalisti. Ecco la sua lettera: «Lettera al presidente dell’ordine dei giornalisti, ancora su Blondet 29/03/2007 Egregio Signor Abruzzo, non ho ricevuto, fino ad oggi, nessuna sua risposta al riguardo delle segnalazioni che le ho fatto nei giorni scorsi sul giornalista Maurizio Blondet. Purtroppo mi ritrovo con un nuovo articolo vile, diffamatorio, antisemitica, colmo di odio religioso ed intolleranza che è stato pubblicato su EFFEDIEFFE e scritto da Maurizio Blondet. E’ una grandissima vergogna ed è intollerabile che nessuna azione venga presa. Blondet è una vergogna per l’Italia e per la professione dei giornalisti. La prego di prendere azione con urgenza». Un’altra mail spedisce, il Michael dal CFR, contro Antonio Caracciolo, che ha un blog che si chiama Civium Libertas. Poiché Caracciolo ha criticato la comunità romana per aver sequestrato un tribunale italiano militare colpevole di aver assolto Priebke, e per di più si dichiara simpatizzante di Forza Italia, è a questo partito che scrive il controllore di terza generazione: «L’attacco di Antonio Caracciolo alla comunità Ebraica Romana è inaccettabile ed una vergogna. Vi prego di verificare e prendere provvedimenti. Michael Levi». Quali provvedimenti esige, lo specifica. Imperioso come sempre, scrive a Forza Italia: «Quello di Caracciolo potrebbe sembrare uno dei tanti blog di odiatori di Israele e degli ebrei, di cui la rete pullula - Se non fosse per il fatto che Caracciolo si presenta come militante di Forza Italia. Partito che, se non condivide le aberrazioni di questo personaggio, dovrebbe sancire pubblicamente la propria estraneità. E diffidare Caracciolo dal continuare a ostentare la sua ‘militanza’. Michael Levi». Micael Levi tempesta anche Informazione Corretta, caso mai a questa benemerita istituzione fosse sfuggita una delazione per le sue schedature. «Intolleranza su un sito cattolico 23/08/2007. Vi segnalo il sito Crismon, e in particolare alcuni articoli che sono stai pubblicati in questo sito. In alcune fazioni cattoliche c’è una nascente e crescente intolleranza religiosa e dovrebbe essere corretta dalle più alte istituzioni della Chiesa. [….] Mi auguro che questa volta qualcuno abbia il coraggio di intervenire con decisione ed in tempo debito. Il sito è il seguente: http://www.crismon.it/ Michael Levi». Contro il sottoscritto, Levi III ha scritto, come sappiamo, a Nexus (minacciando la campagna di delazione contro le inserzioni pubblicitarie) e anche al professor Moffa del Master Mattei. Il tono è sempre lo stesso: egli intima radiazioni dall’ordine, egli ordina a un partito di espellere un suo membro, egli vuole che gli insubordinati vengano diffidati, egli pretende che il Vaticano intervenga contro un sito «con decisione e in tempo debito», egli esige «azione» onde sia vietata la «professione giornalistica» a questo e a quello. Non so che idea si sia fatto della libertà di espressione Michael Levi vivendo in America. La sua sembra meno anglosassone che sovietica, da lì veniva l’invito all’azione, alla radiazione, all’espulsione e al licenziamento dei deviazionisti. Oppure, a piacere, da qualche regime fascista. «Vi prego verificare e prendere provvedimenti» è una frase di quelle che scriveva Farinacci. Forse qualcuno dovrebbe spiegare al signorino che in Italia, l’ordine dei giornalisti può anche radiare, ma non per questo impedire di scrivere. E che un giornalista in pensione che scrive sul suo sito non può essere silenziato direttamente, sicchè occorrerà segnalarlo alla «squadretta» dei bastonatori romani che picchiano impunemente chi non la pensa come loro. Non si vorrebbe che il Michael Levi esprimesse un ideale di controllo che ancora non esiste, ma che già - stando al Council on Foreign Relations dove Arrigo Levi ha ancora tanti amici, e orecchiando quanto vi si dice - ha qualche motivo di ritenere di prossima, imminente instaurazione. Difatti, in quella sede troppo prestigiosa per lui, il «Fellow» Michael Levi si occupa ossessivamente di terrorismo nucleare. Ha scritto un libro fresco fresco, «On nuclear terrorism», dove (dice lui) «in base alla nostra [di chi?] lunga esperienza di terrorismo propone nuovi principi per difenderci da minacce nucleari». Dall’aprile scorso, egli tiene un dibattito online sul tema: «Quanto è probabile un attentato terroristico nucleare sugli Stati Uniti?». Un altro tema, «In the Search for Loose Nukes, a Little Propaganda Goes a Long Way», Micahel Levi spiega: «Beccare i malfattori armati di ordigni atomici è più difficile di quanto sembri…», e propone: «Invece di cercare un sistema di intercettazione perfetto al 10 %, politici astuti stanno sviluppando una strategia: né troppa né troppo poca sorveglianza. Questo piano che si ammette imperfetto è inteso a convincere i terroristi che anche solo tentare un attentato nucleare è futile… basta dispiegare una strategia di pubbliche relazioni o propaganda che faccia loro credere che ‘gli stiamo addosso’ ». Testuale. Avete seguito bene il ragionamento? Per Levi è più urgente la sorveglianza totale sui giornalisti italiani pensionati critici di Sion, contro i quali occorre «intervenire con decisione e a tempo debito», che la sorveglianza su terroristi eventualmente dotati di armi nucleari, mentre le stanno trasportando (come? Sul camion della premiata ditta di traslochi Urban Moving Systems?) nel territorio americano. Per questi eventuali portatori di testate nucleari in valigia, è inutile mettere a punto «un sistema perfetto al 100% di intercettazione»; basta fargli credere che «gli stiamo addosso», con «un po’ di propaganda». Magari qualcuno sarebbe indotto a consigliare il papà, se Ricardo Franco non sconfessa questo rapporto parentale, di sottoporre il figlio a trattamento con psicofarmaci, di cui Michael sembra urgentemente bisognoso. Ma questo qualcuno sarebbe in errore. Se questa è psicopatia, non è uscita dal cervello di Levi Michael. E’ uscita da quello di Dick Cheney: «Il più grande rischio oggi è un 11 settembre perpetrato non da un gruppo di terroristi armati di biglietto aereo e di taglierini, ma di un’arma nucleare nel mezzo di una delle nostre città», ha detto il noto vice-presidente alla CBS («Face the Nation», 15 aprile 2007). Poche settimane prima, nel febbraio, Zbig Brzezinsky (guarda caso, uno dei capi del Council on Foreign Relations) aveva confidato al Congresso in audizione un suo timore: un attentato «false flag» sul territorio USA che avrebbe dato il destro all’Amministrazione di attaccare l’Iran. E più recentemente, c’è stato il misterioso volo del B-52 armato con sei missili a testata atomica che stava andando chissà dove, in base a quali ordini, con le testate innescate, attraverso tutti gli Stati Uniti. In aperta violazione delle procedure e della catena di comando, il che ha fatto pensare agli ordini di qualcuno che sta sopra alla catena di comando militare, ossia a Dick Cheney. Se non fosse stato per la decisa azione di alcuni militari, forse l’attentato nucleare paventato da Michael sarebbe già realtà. Tuttavia, a quanto pare, uno dei sei missili è scomparso. Insomma la follia di Levi, questo junior fellow del Council, è condivisa al più alto livello decisionale. E sicuramente dopo il nuovo e più atroce 11 settembre il primo provvedimento sarebbe instaurare quel tipo di libertà di stampa cui Michael anela, anzi dà per già in vigore: chiudere la bocca al web. Ecco l’urgenza, contro il terrorismo atomico. Ma no, speriamo di no. Speriamo che Michael Levi non sia figlio di Ricardo Franco il segretario, né nipote del nonno Arrigo. Speriamo che sia un Levi qualunque. Certo è strano: sembra abituato da sempre a trattare i giornalisti italiani come suoi camerieri, a dare ordini come alla servitù di casa, aspettandosi d’essere obbedito come quando i nonni, nel ‘43, tornarono in Italia con la divisa dei liberatori. Dove avrà potuto impararlo, questo atteggiamento?
Wednesday, August 08, 2007
Perché non possiamo non stare con i Palestinesi.
Mentre la lobby ebraica, già abituata a comandare i politicanti della terra, si permette di bacchettare per l'ennesima volta il Papa indicando chi non deve ricevere,10000 bambini palestinesi muoiono di fame ogni anno. 442 marciscono in carcere. 882 sono stati uccisi dal 2000 ad oggi.
Save the Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la tutela e la promozione dei diritti dei bambini nel mondo, ha da poco reso noti alcuni dati riguardanti le condizioni di vita dei bambini palestinesi nei Territori occupati, di cui riporto una sintesi.
- Quasi quattro milioni di Palestinesi vivono nei Territori occupati, 2,5 milioni nella West Bank e 1,49 milioni nella Striscia di Gaza; il 53% della popolazione, pari a 2,1 milioni, è di età inferiore ai 18 anni.
- Il 42% dei bambini palestinesi sono da considerarsi rifugiati, dato che sale al 69% con riguardo alla sola Striscia di Gaza.
- 882 bambini palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano o dai coloni nel periodo compreso tra lo scoppio della seconda Intifada (settembre 2000) ed il 30 giugno 2007.
- Nel solo mese di giugno, l’esercito israeliano ha ucciso 9 bambini e ne ha feriti 21, mentre gli scontri intestini tra i gruppi armati palestinesi hanno causato la morte di 7 bambini ed il ferimento di altri 6.
- Dal settembre del 2000, 68 donne palestinesi sono state costrette a partorire presso un check-point, fatto questo che ha determinato la morte di 4 donne e di 34 neonati.
- Alla fine di giugno, 426 minori palestinesi risultano detenuti nelle prigioni israeliane.
- A partire dallo scoppio dell’Intifada e fino alla fine del 2006, solo a Gaza Israele ha distrutto totalmente o parzialmente 7.287 abitazioni, lasciando senza un tetto 34.902 bambini su un totale di 68.692 residenti; nella West Bank, le case distrutte ammontano a 3.302 e i Palestinesi interessati a 16.510.
- 7 famiglie su 10 nei Territori occupati, vale a dire 2,4 milioni di Palestinesi, vive al di sotto della soglia di povertà, e tale dato ricomprende circa i due terzi dei bambini palestinesi.
- 40.000 bambini dei Territori occupati sono costretti a lavorare, a cause delle pessime condizioni finanziarie delle famiglie.
- Una malnutrizione cronica interessa il 10% dei bambini al di sotto dei 5 anni; solo a Gaza, ben 50.000 bambini risultano malnutriti.
- Piu’ del 70% dei bambini di Gaza al di sotto dei 9 mesi risulta affetto da anemia, il che può determinare gravi conseguenze per il loro sviluppo fisico e cognitivo.
- La maggior parte dei Palestinesi vive con una dotazione d’acqua ben inferiore a quanto raccomandato dalla World Health Organization per cucinare, bere e lavarsi (150 litri al giorno per persona); nella West Bank ciascun Palestinese ha accesso a circa 56 litri d’acqua al giorno, mentre tale quantità scende a 51 litri nella Striscia di Gaza.
- Per il 27% delle famiglie palestinesi risulta problematico accedere ai servizi sanitari a causa dei check-points di Tsahal, per il 37% a causa delle chiusure e delle restrizioni israeliane, e per il 46% a causa dei costi dei trattamenti medici.
- 10.000 bambini muoiono ogni anno, a causa soprattutto di malattie prevenibili e scarse cure per i neonati.
- Quasi la metà dei bambini palestinesi ha avuto esperienze di forti traumi e stress causati dalle violenze e dai raid israeliani, o è stato testimone di violenze contro un membro della propria famiglia.
- A causa delle chiusure e dei coprifuoco, più di 226.000 scolari di 580 scuole della West Bank, particolarmente nella zona settentrionale, trova impossibile, saltuario o pericoloso il recarsi a scuola.
- Un’intera generazione di bambini giornalmente assiste sempre più a episodi di violenza, persino all’interno delle scuole, che dovrebbero essere luogo sicuro e protetto; uno studio risalente al 2004 della Birzeit University ha rilevato che il 45% degli studenti ha visto la propria scuola assediata dall’esercito israeliano, il 18% ha assistito all’uccisione di un compagno di scuola ed il 13% a quella di un insegnante.
Un’intera generazione di bambini – aggiungo io – massacrata e in balia di un’occupazione militare illegale e sempre più brutale e feroce, abbandonata a un destino di violenza, morte e devastazione dall’Occidente "civilizzato", che assiste impassibile ad ogni più efferato crimine di guerra commesso quasi quotidianamente dai valorosi soldatini di Tsahal.
Nessuna pena, nessun soccorso e, dunque, nessuna speranza per questi poveri innocenti.
Nessuna speranza, neanche per il piccolo Talal, 5 anni, che allo staff di Save the Children ha dichiarato: "Vado all’asilo ogni giorno da solo. Ho paura quando vado solo. Ho paura che gli Israeliani mi spareranno. Vorrei che fosse mia madre a portarmi all’asilo, ma mia madre è occupata. Mio padre è stato arrestato dagli Israeliani e adesso è in prigione. Ho visto gli Israeliani prenderlo. Non l’ho più visto da allora".
E noi, che stiamo facendo per il piccolo Talal?
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CampaniArrabbiata
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Sunday, January 28, 2007
Anche il Santo Padre condanna Israele.
"Provo una pena immensa davanti alle sofferenze patite dalle popolazioni del Libano e di Gaza".E' iniziato con queste parole l'appello di
Benedetto XVI per fermare l'escalation di violenza di questi giorni. Pensando al Libano, all'Angelus, ha detto che "é inaccettabile che si percorra questa strada per sostenere le proprie ragioni politiche".Poi ha esortato la "cara popolazione libanese", soprattutto i cristiani, a lavorare compatta per il bene del Paese. Agli abitanti di Gaza, invece, ha espresso "spirituale vicinanza", assicurando preghiere affinché "prevalga in tutti la volontà di lavorare insieme per il bene comune, intraprendendo vie pacifiche per comporre le differenze e le tensioni". Domani i giornali israeliani sicuramente scriveranno che il Papa è antisemita, come vergognosamente hanno già fatto il giorno dopo la sua elezione o la sua visita ad Auschwitz, e forse Mastella penserà di processarlo. Intanto aspettiamo che la politica estera italiana svolti, anche perché con D'Alema finalmente abbiamo un ministro di Destra alla Farnesina.
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CampaniArrabbiata
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